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giovedì, aprile 16, 2026

Il Papa e Trump: un contrasto esplosivo

 @Dopo le invettive del presidente Trump contro Papa Leone XIV, la deplorazione è d’obbligo, e bene ha fatto la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ad esprimerla, come leader di una nazione che ospita la Cattedra di Pietro. Leone XIV è il Capo della Chiesa universale, al di sopra di tutti i potenti della terra, e mai come in questo caso il rispetto della forma è rispetto della sostanza.


15 Aprile 2026 ore 09:39

Ma alla deplorazione deve seguire l’analisi delle parole e dei fatti, se non si vuole essere vittima delle sabbie mobili del caos che inghiottiscono chiunque rinunci all’uso della ragione in un’epoca di turbolenza come quella che viviamo. E la prima domanda che deve porsi chi vuole usare la ragione è perché Donald Trump abbia attaccato frontalmente Leone XIV, accusandolo di essere «liberal» e di «assecondare la sinistra radicale» quando, nel suo primo mandato presidenziale, non ha mai attaccato con tanta veemenza papa Francesco, che era certamente più «liberal» e di sinistra del suo successore.

Ripercorriamo innanzitutto gli eventi: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita», ha scritto Trump il 7 aprile su Truth, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum con cui tentava di far accettare a Teheran una resa incondizionata. Leone XIV ha preso sul serio la minaccia roboante di Trump e lo stesso giorno, uscendo da Castel Gandolfo ha definito «inaccettabile» la minaccia al popolo iraniano. Non era la prima volta che in maniera diretta o indiretta rimproverava il presidente americano per la sua gestione della crisi.

L’11 aprile, dopo la veglia di preghiera tenuta nella basilica di San Pietro nelle stesse ore in cui Stati Uniti e Iran stavano tenendo i colloqui di pace, poi falliti in Pakistan, Trump si è sfogato contro il Papa sul suo social, Truth definendolo «debole sui fatti criminosi» e «pessimo in politica estera». Il presidente americano ha aggiunto: «Non voglio un papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni – inclusi assassini, spacciatori e killer – mandandoli nel nostro Paese». Trump ha detto ancora, «Non voglio un Papa che critichi il presidente americano perché sto facendo esattamente quello per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, vale a dire portare la criminalità ai minimi storici e creare il più grande mercato azionario della storia. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che ha capito tutto». Il duro post è stato seguito dalla pubblicazione di un’immagine creata con l’intelligenza artificiale di un Trump-Messia, presto rimossa dopo la pioggia di critiche.

All’attacco frontale di Trump, è seguita una sobria replica di Leone XIV. «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito», ha detto il Papa ai giornalisti. sbarcando in Algeria, nel suo viaggio in Africa. «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!», ha spiegato ancora il Pontefice ricordando di parlare «del Vangelo: continuerò a farlo ad alta voce» contro i conflitti.

Trump, che non mostra di conoscere né le regole della diplomazia, né quelle della buona educazione, si serve dell’iperbole come arma di negoziato, Non è l’unico a farlo. Fin dall’inizio del conflitto in Ucraina, Putin, e soprattutto, l’ex Presidente russo Dmitry Medvedev, continuano a minacciare l’uso dell’arma nucleare. È molto inquietante, ma non è detto che abbiano intenzione di far seguire i fatti alle parole. Il problema è che la Russia, come la Cina e la Corea del Nord, dispone di un arsenale nucleare, l’Iran non ancora. Qui cade la domanda di fondo, formulata da Mario Sechi su “Libero” del 14 aprile in questi termini: «Cosa si fa con l’Iran che ribadisce di voler continuare il suo programma nucleare»? La trattativa, infatti, è fallita proprio perché l’Iran non vuole rinunciare all’uso della bomba atomica. Un intervento militare svolto a sventare questa minaccia non rientra in quel caso di “guerra giusta” che George Weigel ha evocato nel suo articolo On War, Peace, the President and the Pope sul “Washington Post” del 13 aprile? Weigel sottolinea che il conflitto non può essere affrontato solo con argomentazioni politiche, ma deve essere valutato secondo criteri etici, invitando a un dialogo più serio e responsabile tra autorità politica e religiosa sui temi della guerra e della pace.

Il Papa ha giustamente ricordato che la sua voce non è quella di un leader politico, ma quella della Chiesa che annuncia il Vangelo e richiama il mondo alla pace. Tuttavia, il 4 aprile, ha invitato i cittadini americani a far sentire la propria voce presso i membri del Congresso per por fine alla guerra. Probabilmente non era mai accaduto che un Pontefice si rivolgesse direttamente a un popolo per invitare i cittadini a far pressione sui propri rappresentanti. Non a caso, “La Repubblica” del 14 aprile ha pubblicato un’intera pagina contro Trump del gesuita padre Antonio Spadaro, intitolandola: «La voce di Prevost come atto politico contro la legge del presidente».

Il regime sanguinario di Teheran, strumentalizzando la situazione, è intervenuto, a sua volta, con un messaggio rivolto al Papa. Mentre Leone XIV visitava la grande Moschea di Algeri, il presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian, rivolgendosi al Pontefice, così si è espresso: «A nome della grande nazione iraniana, condanno l’insulto rivolto a Vostra Eccellenza e dichiaro che la profanazione di Gesù (la pace sia con lui), il Profeta della pace e della fratellanza, è inaccettabile per qualsiasi persona libera. Le auguro che Allah le conceda la gloria».

Di fatto si sta rinnovando una polarizzazione tra la Santa Sede e gli Stati Uniti, che ha radici culturali antiche. Nel 1776, l’anno della Dichiarazione di Indipendenza di cui ricorre il 4 luglio il 250esimo anniversario, gli Stati Uniti definirono la loro identità rifiutando qualsiasi autorità religiosa che ambisse ad esseresuprema”, a cominciare dalla “Monarchia Romana”. Gli scandali finanziari e morali degli ultimi anni hanno inoltre screditato una parte della gerarchia americana e la rinascita del cattolicesimo sta avvenendo negli ambienti tradizionali, che criticavano papa Francesco e ancora diffidano del suo successore. Ciò fa capire le difficoltà che incontrerà, fin dall’inizio del suo incarico, mons. Gabriele Caccia, nuovo nunzio a Washington.

Trump pagherà le conseguenze dei suoi errori nelle prossime elezioni di Midterm, ma Leone XIV non ha scadenze elettorali né preoccupazioni mediatiche di cui deve tener conto. È sufficiente che svolga bene il suo ministero petrino, ricordando l’insegnamento immutabile della Chiesa in termini di guerra e di pace.

Il Papa, che è un figlio di sant’Agostino, conosce certamente un celebre passo del Dottore di Ippona, ricordato da Pio XII nell’enciclica Communium interpretes dolorum del 15 aprile 1945: «Desideri la pace? Opera giusto e avrai la pace: poiché la giustizia e la pace si sono baciate (Sal 84, 11). Se non ami la giustizia, non avrai la pace: infatti la giustizia e la pace si amano e sono tra loro talmente unite, che se fai giusto, troverai la pace che bacia la giustizia… Se dunque vuoi venire alla pace, opera giusto: allontanati dal male e segui il bene, questo significa amare la giustizia; e quando avrai lasciato il male e avrai fatto il bene, cerca la pace e seguila (Ps. 84, 12: PL 37, 1078)».

Erano gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale e Pio XII chiedeva «al Redentore divino e alla sua santissima Madre, in spirito di preghiera e di penitenza che sia vera e sincera la pace che porrà termine a questa guerra funesta e sanguinosa». Questo è sempre stato l’insegnamento della Chiesa: non basta invocare a parole la pace, bisogna operare fattivamente, per instaurare la giustizia, e soprattutto chiedere l’aiuto soprannaturale della grazia per portare al mondo la pace di Cristo, che è ben diversa da quella falsa del mondo (Gv 14-27-31).

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