Parco Archeologico Religioso CELio

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lunedì, settembre 20, 2021

Papa Ratzinger come Oriana Fallaci? Il retroscena drammatico sulla frase "anti Islam"

@ - La Forza della Ragione è la via maestra sulla quale l'Occidente poteva (e potrà) ritrovare sé stesso. Dagli ultimi epocali scritti di Oriana Fallaci alle parole più complesse e meno capite di Benedetto XVI, quelle pronunciate all'università di Regesburg nel settembre di quindici anni fa, il passo è davvero breve.


Il susseguirsi, in questi giorni, di anniversari e conseguenti riletture di fatti, figure e pensieri di inizio millennio, costringe quasi naturalmente a tornare anche a riscoprire le parole che Joseph Ratzinger consegnò al mondo visitando l'ateneo tedesco in cui era stato professore. Il Papa oggi emerito, nella prolusione divenuta tristemente nota solo per la marginale citazione di una frase, letta come anti-islamica, dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, si era caricato dell'onere di mostrare, in una delle sue formidabili lezioni, la strada per uscire dal buio in cui quegli anni era precipitato (e ancora in realtà vaga) il mondo occidentale. Citava il Vangelo, ovviamente, Benedetto: «In principio era il lògos», viaggiando nel solco tracciato da Giovanni Paolo II, pochi anni prima, nella bellissima enciclica intitolata proprio Fides et ratio del 1998. Di fatto Papa Ratzinger, in quel discorso, si trovò a descrivere «un mondo nuovo», dove fede e ragione coesistono e agiscono l'una al servizio dell'altra. Un percorso addirittura assolutamente incline all'ecumenismo e mirato proprio alla forma più autentica possibile del dialogo tra religioni e culture. Quel dialogo nel quale ci si dice tutto, senza escludere nulla, ovviamente - trattandosi di un Papa - in primis non tagliando fuori, anzi rimettendo al centro la parola di Dio.

Si parlò ben presto di atei devoti e di teorie teo-con pronte a contagiare le destre di tutto il mondo. Ed è esattamente così - testimonianza ulteriore l'ultimo viaggio di Papa Francesco in Ungheria da Orban - che il semplicismo mediatico ha portato la massa verso la convinzione che, persino nella Chiesa, possano convivere posizioni contrastanti nelle quali la fede in Dio e l'annuncio del Vangelo di Cristo vengano dopo il riferimento alle correnti progressiste o conservatrici sui temi di rilievo: dalle migrazioni, ai diritti umani e civili. I caratteri e le impostazioni comunicative certamente diverse di Ratzinger e Bergoglio, fanno spesso dimenticare troppo facilmente un dato testimoniato dallo stesso Papa emerito in racconti, interviste e libri: all'inizio del proprio percorso pastorale e poi alla fine del pontificato. Joseph Ratzinger, infatti, è stato un modernizzatore della teologia cristiano-cattolica e un progressista all'interno del dibattito che ha condotto la Chiesa prima al Concilio Vaticano II, poi nel nuovo millennio.

Dimostrazione estrema dello spirito innovatore, forse secondo solo a quello anziano ma potente di Papa Roncalli, sono state proprio le sue dimissioni del febbraio 2013, arrivate come un fulmine su San Pietro a cambiare il presente della Chiesa, rimettendola al centro del mondo come via d'uscita possibile (e per i cattolici imprescindibile) in risposta al predominio del nichilismo. Con «il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione» necessario a entrare «nella disputa del tempo presente». Una missione che la Chiesa, nonostante la maggiore diplomazia di Papa Francesco (o forse proprio a causa di essa, come più di qualcuno pensa) nel distinguere il dibattito civile da quello religioso, fa ancora molta fatica a portare a termine. Lasciandola incompiuta, spesso inascoltata ma forse, ancora di più, semplicemente incompresa.

martedì, settembre 07, 2021

Quando a Messa si sta come a uno spettacolo

@ - L’allarme dei liturgisti: le assemblea sono diventate platee come testimonia l'approccio ai riti virtuali. E le parrocchie hanno perso il legame con il territorio.


Nell’agenda ecclesiale la pandemia sarà ricordata anche come il tempo delle Messe virtuali. Eppure le celebrazioni sullo schermo sono qualcosa di «già visto». Anche perché «ormai le nostre assemblea hanno cominciato a somigliare a platee che, anche quando animate da una certa complicità partecipativa, hanno assimilato gli schemi mentali tipici dello spettacolo», sostiene il teologo don Giuliano Zanchi, direttore della Rivista del clero italiano e responsabile scientifico della Fondazione Bernareggi, “braccio” culturale della diocesi di Bergamo. Poi aggiunge: «Non è un caso che i molti che sono passati dalla Messa in presenza a quella in video non abbiano percepito una vera differenza». Spettatori dell’Eucaristia, quasi fossimo a teatro. Ma c’è dell’altro. Si sta affermando una «crescente ritirata del radicamento territoriale» delle comunità cristiane. E «molta gente di fede non trova più le forme per poter essere anche gente di chiesa», dice il teologo. Risultato? «La Messa torna a essere esperienza minoritaria», prosegue don Zanchi. Con il Covid che ha “svuotato” le celebrazioni.

L’analisi del sacerdote lombardo scuote la Settimana di studio dell’Associazione dei professori e dei cultori della liturgia ospitata a Villa Cagnola di Gazzada, in provincia di Varese ma nell’arcidiocesi di Milano. Un appuntamento che torna anche fra le limitazioni anti-Covid. Al centro dell’edizione numero 48 il tema dell’“assemblea eucaristica” letta anche alla luce dell’emergenza sanitaria. «Questo frangente complesso segnato dal coronavirus ha messo in rilievo alcune mancanze e carenze che erano già precedenti», afferma don Paolo Tomatis, presidente dell’associazione. Guardare alla “gente” della Messa significa prendere atto che chi partecipa alle liturgie è lo specchio di una società in cui non c’è più una fede permanente ma «sperimentale e itinerante». «Non siamo più di fronte a un’assemblea organica e compatta, come quella tridentina, dove il precetto festivo si assolveva andando a Messa nella propria parrocchia»– afferma Tomatis –. «Abbiamo invece un’assemblea più fluida che condiziona le diverse modalità di partecipazione». Compresa quella attraverso la tv o il web. Occhio però agli «effetti collaterali» dei riti trasmessi, come li definisce don Lorenzo Voltolin, parroco nella diocesi di Padova e docente alla Facoltà teologica del Triveneto: dal «fai-da-te» alla «sovrapposizione mediatica». «Non tutte le Messe in televisione oppure online sono uguali» – chiariscono Tomatis e Voltolin –. La comunità reale, con il proprio campanile e il proprio pastore, è il referente fisico anche della comunità digitale. «Per questo è bene che la mediazione della Rete o della tv assicuri il contatto con il corpo della propria comunità». In pratica, meglio seguire la Messa che viene proposta in diretta dalla parrocchia di appartenenza.

Invita a non far prevalere il pessimismo l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ha concluso la Settimana. «Il Covid ha mortificato molto nelle celebrazioni – sottolinea – ma ha anche valorizzato qualche aspetto, almeno per quanto riguarda l’accoglienza». Tuttavia, allargando la prospettiva, il «messaggio» che lanciano le liturgie «non sembra raggiungere il destinatario», osserva il presule. E si assiste a un’«irrilevanza del rito» dove, come insegna il Vangelo, il seme della Parola cade su «un terreno che non produce frutto se esso non è disposto ad accogliere e custodire il buon seme stesso», ricorda Delpini. Liturgie “afone”. Ma anche reclamate. C’è chi le pretende soprattutto quando si vive in realtà piccole, di periferia estrema, dove si fa fatica a garantire la Messa domenicale anche perché i preti mancano. «C’è prima di tutto il dovere della comunità di radicarsi nell’Eucaristia – riflette Tomatis – da cui scaturisce il diritto di ogni battezzato all’Eucaristia stessa. Là dove questo non è possibile, potrebbero essere riscritti ad esempio i confini della comunità per averne una più ampia».

Certo, tutto presuppone quella partecipazione attiva e consapevole, indicata dal Vaticano II, che è criterio per comprendere in profondità il significato teologico della Messa. Da qui il richiamo alla «sacramentalità dell’assemblea» evidenziata da don Roberto Repole, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica di Torino, durante il percorso della Settimana. «Anche nelle più piccole assemblee il Signore si fa presente – sottolinea il presidente dell’associazione –. A partire da questa consapevolezza, si tratta di fare in modo che ogni assemblea eucaristica renda visibile il mistero di Cristo e della Chiesa. Quindi l’assemblea non è soltanto il soggetto dell’Eucaristia, ma fa parte del mistero stesso che si manifesta nelle persone, che in carne e ossa, con i loro limiti e le loro storie, la formano».

Nelle parrocchie italiane il nuovo Messale è arrivato lo scorso novembre, in mezzo al “terremoto” della pandemia, quando le celebrazioni erano – e ancora oggi lo sono – condizionate dalle misure anti-Covid. E nella Settimana di studio dei professori e dei cultori di liturgia la rinnovata traduzione del libro ha fatto da cornice alle riflessioni sull’assemblea eucaristica. «Ci siamo posti qualche domanda: la nuova edizione del Messale è un testo per l’assemblea o del prete? E la Messa è quella cosa che fa il sacerdote oppure è l’azione di tutta la comunità?», spiega don Paolo Tomatis, che ha fatto parte del gruppo Cei che ha concluso la redazione del libro liturgico. Le risposte sono scontante. «Il Messale – afferma – è certamente per l’assemblea perché scandisce la partecipazione attraverso gesti e parole che coinvolgono tutti. Però bisogna farlo ben funzionare. Il volume è molto più ricco di azioni comunitarie di quanto appare. È opportuno riscoprirle. Penso all’offerta dei doni da parte dei fedeli o al canto comunitario o ancora alla processione per la Comunione magari da ricevere nella pienezza delle due specie». E l’idea di un’omelia dialogata? «Può avvenire in assemblee particolari, come i gruppi di giovani. Non è opportuna durante le liturgie parrocchiali – puntualizza Tomatis –. Benché l’etimologia della parola “omelia” rinvii al dialogo, essa è una comunicazione orizzontale, ossia fra il predicatore e l’assemblea, ma a servizio di una comunicazione verticale, cioè del dialogo fra Dio e il suo popolo».

domenica, settembre 05, 2021

Missionarie della Carità: il carisma di Madre Teresa per gli afghani

@ - Il quinto anniversario della canonizzazione di Madre Teresa si intreccia con la vicenda delle suore che hanno lasciato Kabul una settimana fa.


L'accoglienza in una delle comunità di Roma, il servizio ai bambini disabili arrivati in Italia con loro, il discernimento dietro la decisione, nella testimonianza di una consorella: ascoltare sempre lo Spirito Santo.


Ascoltare i bisogni del momento, pregare intensamente lo Spirito Santo, poi decidere aderendo alla volontà di Dio. È il lascito spirituale di Madre Teresa di Calcutta, canonizzata il 4 settembre 2016, una vita offerta per il servizio ai più poveri tra i poveri. Case religiose aperte in tutti i continenti. Uno stile contemplativo sulle strade del mondo. Una donna che, come ci diceva cinque anni fa la Superiora Generale sr. Prema, non ha mai fatto un passo indietro nel difendere la dignità delle persone. Il quinto anniversario del riconoscimento della santità della suora albanese si intreccia con la vicenda delle Missionarie della Carità che hanno dovuto lasciare - dopo quindici anni - l'Afghanistan. A volte lo Spirito suggerisce di restare, altre volte di muoversi. Per loro è toccato muoversi, muoversi da Kabul. Non senza, però, i 14 bambini disabili che sono riuscite a portare con loro in Italia e insieme ai quali sono accolte in una delle case della Comunità, alla periferia di Roma.

Servendo i profughi da Kabul
"È Gesù che soffre e che vuole essere amato, che chiede amore e che dona amore": con la discrezione che segna da sempre il loro agire, le suore ci raccontano questo loro fare spazio a una esperienza - quella dell'accoglienza dei ragazzi afghani - per loro vissuta come una "vera rivoluzione" che sta imponendo un riassetto logistico, una ridefinizione dei compiti, un surplus di energie. Ma le forze arrivano dal Signore. E dai bambini stessi. "Questi bambini stanno donando anche a noi: tenerezza, relazioni, in maniera diversa da come noi le pensiamo. Ci chiedono di relazionarci con loro e ci danno la capacità di amare; ci stanno allargando il cuore per poter amare di più. E amano anche loro". Con una forza disarmante che si fa interpellare di continuo dalla realtà concreta che chiama, spariglia e trasfigura, la suora che ci parla [rispettiamo il suo desiderio di anonimato] ci riporta a guardare la piccolezza, come faceva la Madre.

domenica, agosto 29, 2021

Francesco: Sant’Agostino, l'uomo che si accorse di Dio

@ - È un ritratto poco noto che descrive la quotidianità del vescovo di Ippona, quello lasciato da Possidio, al fianco del grande padre della Chiesa per oltre 40 anni.


Sant'Agostino, di cui oggi la Chiesa fa memoria, emerge come uomo sobrio e amabile. In un tweet Francesco ne ricorda il costante anelito ad aderire all’amore di Dio senza lasciarsi distrarre da occupazioni giornaliere citando le parole di un sermone: “Ho paura che Gesù passi e non me ne accorga”.

Volle tornare in Africa, alla sua casa e ai suoi campi (…) vi rimase circa tre anni; e dopo aver ceduto quei beni, insieme con quelli che gli erano vicini viveva per Dio, con digiuni, preghiere, buone opere, meditando notte e giorno la legge del Signore”. Era questa la vita quotidiana di Agostino di Tagaste, retore alla corte di Valentiniano II a Milano, che convertitosi al cristianesimo decise di darsi tutto a Dio e di rientrare in Numidia, condividendo con gli amici più cari la ricerca della Verità. La racconta Possidio, il suo primo biografo, che nella “Vita di Sant’Agostino” rivela i tratti più intimi del vescovo di Ippona, la sua semplicità di uomo dedito ai consigli evangelici. E proprio la costante preoccupazione del vescovo di Ippona di modellare la sua vita a quella di Cristo e il suo anelito ad aderire pienamente all’amore di Dio senza lasciarsi distrarre dalle occupazioni giornaliere e senza dimenticare il prossimo sono gli elementi messi in risalto dal tweet di oggi di Papa Francesco, che richiama il sermone 88, più volte citato in omelie e discorsi: “Sant’Agostino diceva: ‘Ho paura che Gesù passi e io non me ne accorga’. È importante rimanere vigili, perché uno sbaglio della vita è perdersi in mille cose e non accorgersi di Dio”. Interesse primario di Agostino era conoscere Dio, scrutare e studiare le scritture, ma, rimarca Possidio, “tutto ciò che Dio faceva comprendere a lui che meditava e pregava, egli faceva conoscere a presenti e assenti con discorsi e libri”. Lo conosciamo come padre della Chiesa, teologo, filosofo, dottore della Grazia, pastore della diocesi di Hippo Regius, l’attuale Annaba, in Algeria, eppure Agostino non aveva pensato per sé a una vita pubblica nella Chiesa, voleva semplicemente essere monaco. Ma i progetti di Dio erano ben altri. Eppure volle sempre vivere umilmente in unità di mente e di cuore proteso all’Altissimo, insieme a quanti, come lui, avevano scelto di seguire totalmente il Vangelo.

Sacerdote e vescovo con una comunità monastica al fianco
Divenne sacerdote per acclamazione, quando, trovandosi per caso nella basilica di Ippona, avendo il vescovo Valerio chiesto ai suoi fedeli di indicargli chi potesse assumere l’ufficio di presbitero, venne condotto davanti al presule da quanti conoscevano il suo stile di vita perché venisse ordinato. Agostino non avrebbe voluto abbandonare la vita monastica, ma si arrese per servire la Chiesa. Da sacerdote “subito istituì un monastero accanto alla chiesa e cominciò a vivere con i servi di Dio secondo il modo e la norma stabiliti al tempo degli apostoli”, per cui “nessuno doveva avere alcunché di proprio” ma tutto “doveva essere in comune, e ad ognuno doveva esser dato secondo le proprie necessità”. E intanto “insegnava e predicava, in privato e in pubblico, in casa e in chiesa, la parola di salvezza con piena fiducia contro le eresie che erano fiorenti in Africa, specialmente contro i donatisti, i manichei e i pagani” e faceva ciò, descrive Possidio, “sia scrivendo libri sia improvvisando discorsi”. Anche da vescovo (lo fu per più di 40 anni) non cambiò di molto la sua condotta di vita, “predicava la parola di salvezza eterna con più insistenza ed entusiasmo e con autorità maggiore, non più soltanto in una regione ma dovunque gli chiedevano di venire, con alacrità e diligenza”, ed “era sempre pronto a dare spiegazione a chi lo richiedesse sulla fede e sulla speranza in Dio”.

Lo stile frugale
Possidio consente anche di immaginare Agostino nell’ordinarietà delle sue giornate, precisando che “le sue vesti, i calzari, la biancheria da letto erano di qualità media e conveniente, né troppo di lusso né di tipo troppo scadente”, insomma “teneva una via di mezzo, non eccedendo né da una parte né dall'altra”. Informa inoltre che “usava di una mensa frugale e parca, che però fra la verdura e i legumi aveva qualche volta anche la carne, per riguardo agli ospiti o a qualcuno che non stava bene”, e poi “aveva sempre il vino”. Associava alle scelte della tavola la Parola di Dio, così, ad esempio, circa il vino, richiamava quanto l’apostolo Paolo aveva scritto a Timoteo: “Non bere soltanto acqua, ma fa uso anche di un po’ di vino per il tuo stomaco e le tue frequenti malattie”. E poi “usava d’argento soltanto i cucchiai”, ma il vasellame per portare i cibi a tavola era o di terracotta o di legno o di marmo, “e ciò non per povertà ma di proposito”. Ma era sempre alla convivialità che il vescovo di Ippona asserviva ogni cosa, pure nel refettorio, dove volle questa iscrizione: ‘Chi ama calunniare gli assenti, sappia di non esser degno di questa mensa’. Ammoniva così ogni invitato ad astenersi da chiacchiere superflue e dannose”. “Fu sempre molto ospitale - evidenzia Possidio -. E durante il pranzo aveva più cara la lettura o la discussione che non il mangiare e il bere.

L’amore per la Sapienza e la passione per gli studi
Costante preoccupazione di Agostino era che chiunque potesse accostarsi al sapere, per questo “favoriva gli studi e i progressi di tutti i buoni e se ne rallegrava”. E poi “piamente e santamente tollerava certe mancanze di disciplina dei fratelli, mentre s’addolorava della malvagità dei cattivi, sia di quelli nella Chiesa sia fuori della Chiesa”. Contribuì enormemente allo sviluppo della teologia, “molti libri furono da lui composti e pubblicati, molte prediche furono tenute in chiesa, trascritte e corrette, sia per confutare i diversi eretici sia per interpretare le Sacre Scritture ad edificazione dei santi figli della Chiesa”, tanto che, osserva Possidio, “a stento uno studioso ha la possibilità di leggerle e imparare a conoscerle”.

L’attenzione per i più poveri
Agostino non dimenticava neanche gli ultimi: “Per aiutare prigionieri e gran quantità di poveri, fece spezzare e fondere alcuni vasi sacri e distribuì il ricavato a chi ne aveva bisogno” e “si ricordava sempre dei compagni di povertà”, a loro donava a piene mani “attingendo a quel che serviva per sé e per coloro che abitavano insieme con lui, cioè dalle rendite dei beni della Chiesa e anche dalle offerte dei fedeli”. E “per evitare che questi beni - come di solito avviene - fossero fonte di odiosità nei confronti dei chierici, egli soleva dire al popolo di Dio che avrebbe preferito vivere delle loro offerte piuttosto che sobbarcarsi la cura e l’amministrazione di quei beni: perciò egli era pronto a cederli ai fedeli”. In questo modo, “tutti i servi e i ministri di Dio” avrebbero potuto vivere “come nel Vecchio Testamento si legge che chi serviva all’altare, aveva parte del medesimo”.

Giudice alle episcopales audientiae
Come vescovo, per il diritto romano, Agostino aveva giurisdizione nelle controversie civili che gli venivano presentate “da cristiani e da persone di ogni religione”. Nelle udienze episcopali “ascoltava le cause con religiosa attenzione (…) e giudicava, talvolta fino all’ora di colazione, altre volte per l’intera giornata rimanendo a digiuno". E, aggiunge Possidio, “sapeva cogliere il momento opportuno per spiegare alle parti la verità della legge divina”; inoltre, “richiesto anche da alcuni di occuparsi di loro questioni temporali, mandava lettere a varie persone. Ma riteneva un peso questa occupazione che lo distoglieva da attività più importanti: infatti gli era gradito discutere sempre delle cose di Dio, sia in pubblico sia in discussione fraterna e familiare”.

Censore dei suoi stessi scritti
In età avanzata Agostino volle “riconsiderare con lo spirito di un giudice severo” tutti i suoi scritti e “segnalare in essi con lo stilo, a mo’ di un censore” - è lui stesso ad usare questi termini - quanto suscitava la sua riprovazione. In pratica il vescovo di Ippona volle riesaminare tutta la sua produzione letteraria e omiletica. Titolò quest’analisi minuziosa “Ritrattazioni”, un’opera singolare e unica nel suo genere dove emerge una grande capacità di autocritica e attraverso la quale appurò di aver dettato, fino a quel momento, 93 opere per complessivi 232 libri. A spronarlo anche un passo del libro dei Proverbi - "Per il molto parlare non riuscirai ad evitare il peccato" -, considerando che dalle sue svariate discussioni sarebbe stato possibile “ricavare molti tratti che, se non proprio falsi” sarebbero potuti apparire o anche essere dimostrati come superflui. Possidio spiega che fu rivisto e corretto tutto quello che notò era stato scritto in difformità della regola di fede, quando “non era ancora bene al corrente delle norme della Chiesa”. Anche le Confessioni, già nel IV secolo un bestseller, non sono state esenti da revisione. Agostino chiarisce che “lodano Dio giusto e buono per le azioni buone e cattive” che ha compiuto, “e volgono a Dio la mente e il cuore dell'uomo”. “Hanno esercitato questa azione su di me mentre li scrivevo - prosegue - e continuano ad esercitarla quando li leggo. Che cosa ne pensino gli altri è affar loro: so però che sono molto piaciuti e tuttora piacciono a molti fratelli”.

Gli ultimi giorni della sua vita
All’età di 76 anni, nell’estate del 430, costretto a letto da una forte febbre, Agostino “fece trascrivere i salmi davidici che trattano della penitenza”, volle che i fogli venissero affissi alla parete della sua camera perché potesse leggerli e piangeva ininterrottamente. Si spense il 28 agosto. “Lasciò alla Chiesa clero abbondante e monasteri di uomini e donne praticanti la continenza con i loro superiori - riferisce Possidio -; inoltre, biblioteche contenenti libri e prediche sia suoi sia di altri santi, dai quali si può conoscere quanta sia stata, per dono di Dio, la sua grandezza nella Chiesa e nei quali i fedeli lo trovano sempre vivo”. Ancora oggi, come conclude Possidio, “dai suoi scritti risulta manifesto” che Agostino visse in modo retto e integro nella fede, speranza e carità della Chiesa cattolica; e ciò possono apprendere quelli che traggono giovamento dalla lettura di ciò ch’egli scrisse intorno alla divinità”. E se gli scritti del vescovo di Ippona affascinano ancora tantissimi lettori, non si può tuttavia non desiderare di andare indietro nei secoli, attratti dalle parole di Possidio: “Io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente”.

martedì, agosto 10, 2021

I Benedettini tornano nell’abbazia francese di Solignac dopo 230 anni

@ - I monaci ripristineranno la Regola di San Benedetto e creeranno un centro spirituale regionale.



Un’abbazia francese priva di monaci dalla Rivoluzione Francese sarà presto nuovamente attiva. I Benedettini stanno infatti tornando nell’abbazia di Solignac dopo ben 230 anni. I prossimi mesi vedranno il restauro dell’abbazia prima di un’inaugurazione speciale che avrà luogo il 28 novembre.

La Catholic News Agency riferisce che l’annuncio è stato dato con un comunicato stampa della diocesi di Limoges, firmato dal vescovo Pierre-Antoine Bozo e da Dom Jean-Bernard Marie Bories, abate dell’abbazia di San Giuseppe di Chiaravalle.

Sono grato per questa splendida notizia, perché abbiamo cercato per molti anni soluzioni diverse per questo luogo, e alla fine il progetto che ha prevalso è quello più coerente con l’obiettivo originario di questa abbazia costruita da 
Sant’Eligio – ovvero accogliere comunità di monaci, 
soprattutto Benedettini”,
 ha affermato il vescovo Bozo.


I monaci ripristineranno a Solignac la Regola di San Benedetto. Il loro obiettivo principale è trasformare il luogo in un centro spirituale regionale. Il vescovo Bozo ha notato che questa zona è stata priva di comunità contemplative per secoli e si è detto “profondamente convinto della fecondità della vita contemplativa, soprattutto nel nostro mondo frenetico, caratterizzato da materialismo e individualismo”.


Questa forma di vita originale, che va contro il flusso del mondo odierno, non può fare che bene alle persone, a cui verrà offerta quella che Benedetto XVI definiva un’‘oasi’, un luogo di cui tutti i cristiani hanno bisogno per ritrovare la loro freschezza”, ha aggiunto.

Un’abbazia storica
La storica abbazia di Solignac è stata fondata nel VII secolo da Sant’Eligio. I Benedettini l’hanno gestita per quasi un millennio, prima di essere cacciati via dai rivoluzionari nel 1790. In seguito, il luogo è stato usato per varie finalità, tra cui prigione, scuola e fabbrica.

Durante la II Guerra Mondiale, la proprietà venne usata come rifugio per insegnanti cattolici. Dopo la fine della guerra ospitò i Missionari Oblati di Maria Immacolata, ordine che se n’è andato negli anni Novanta, dopodiché l’abbazia è rimasta vuota.

I restauri di vari degli edifici dell’abbazia dovrebbero richiedere vari anni, ma l’abbazia sarà in condizioni di riaprire formalmente a novembre. La prima domenica d’Avvento, 28 novembre, i monaci terranno una Messa celebrativa, e da quel momento verrà celebrata una Messa quotidiana che sarà aperta al pubblico.

Quando riaprirà, l’abbazia di Solignac si concentrerà su preghiera e ritiri. I lavori dovrebbero permettere alla struttura di ospitare ritiri più affollati di quelli dell’abbazia di Chiaravalle. Oltre a offrire una guida spirituale, i monaci collaboreranno con il sistema educativo cattolico e aiuteranno gli studenti di Agraria a completare una laurea biennale. Venderanno anche i loro prodotti nel negozio dell’abbazia.

venerdì, agosto 06, 2021

Corridoi umanitari: dal nuovo protocollo un modello Ue

@ - Vite spezzate che rinascono: il progetto, frutto del lavoro ecumenico di Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e Tavola Valdese, si avvale di un nuovo protocollo con il governo italiano. C'è la possibilità di accogliere altre 1000 persone con percorsi sicuri e finalità di integrazione. Ma gli occhi sono puntati alla politica Ue

Gabriella Ceraso – Città del Vaticano
La notizia fa pensare a tanti nuovi miracoli possibili, frutto della vicinanza e dell’integrazione. Infatti è appena stato siglato un nuovo protocollo tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), la Tavola Valdese e i ministeri dell’Interno e degli Esteri per l’ingresso in Italia di altri mille profughi attualmente ospitati in Libano grazie ai corridoi umanitari, una di quelle “ buone pratiche” riconosciute a livello internazionale, replicate con progetti analoghi in Francia, Belgio, Andorra e San Marino, ma ancora non divenute strutturali all’Unione europea.

Dunque è questo l’obiettivo che oggi si pongono i protagonisti di un’avventura iniziata nel 2015 e che ha già sostenuto e aiutato oltre 2000 profughi (in gran parte famiglie e soggetti in condizioni di vulnerabilità provenienti dalla Siria), con un progetto interamente autofinanziato, che permette non solo di salvare dai trafficanti e dai rischiosissimi viaggi nel Mediterraneo, ma facilita l’integrazione.
Da esperimento a politica stabile

A raccontarlo oggi è Paolo Naso, consulente per i rapporti istituzionali e internazionali della FCEI, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e già coordinatore di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della FCEI.

Vogliamo alzare l’asticella - spiega nella nostra intervista – visti i risultati positivi condivisi in Italia anche con diverse forze politiche e sociali critiche sul tema delle migrazioni. E allora perché non trasformare questa pratica in una politica strutturale europea? Cioè non più solo un buon esempio ma una sorta di ‘corridoio permanente’. Il riferimento è sempre a qualche decina di migliaia di persone e sempre nella formula della sostenibilità e dell’accoglienza garantita”.

Dunque da oggi l’obiettivo diventa una “pratica europea sistematica”, che ancora manca, purtroppo, a causa - spiega ancora Paolo Naso - della "paura politica che una apertura al tema delle migrazioni porti una crisi di voti e di consensi”. Le “crisi umanitarie invece dimostrano che se la migrazione è governata, contingentata, e le persone vengono accolte e accompagnate a rendersi autonome, come è avvenuto con i corridoi umanitari, tutto questo genera una nuova immagine della migrazione anche è positiva. Quello che la gente non accetta - aggiunge - è la migrazione illegale: questo l’opinione pubblica non lo sopporta e reagisce con pratiche anche violente. Noi crediamo invece che un’azione contingentata e sostenibile con numeri e verifiche certe, può cambiare la narrazione in tema di migrazioni “.

L’integrazione fa miracoli e la società civile è una forza
L’integrazione resta un fattore comunque primario. Paolo Naso racconta dei “miracoli” cui ha assistito. "Non c’è buona migrazione senza integrazione, è un dogma", spiega. Il sistema di accoglienza italiano lo Sprar poi smantellato, era un “progetto di integrazione fatto con i diretti interessati” e funzionava. Dobbiamo – aggiunge - promuovere e attivare la società civile, è questo il segreto. Distribuire in piccoli gruppi locali le persone che arrivano in Italia. Così "nasce un processo di scambio reciproco che in due o tre anni consente alle persone di iniziare una strada nuova e raggiungere eccellenze. C’è chi ha aperto negozi, chi si è specializzato in settori tecnici e chi è diventato il primo ricercatore universitario grazie agli studi effettuati in Italia: è un processo virtuoso che dimostra che se l’immigrazione è accompagnata fa bene alla società, ma tutto deve essere governato e l’azione della società civile fa la differenza”.

Ma cosa significa lavorare insieme Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), la Tavola Valdese, per un progetto come quello dei corridoi umanitari? Alla domanda Paolo Naso non ha dubbi: "ha significato un consolidamento della pratica ecumenica, che certo non nasce con i corridoi umanitari ma con questo progetto ha trovato plastica chiarezza nei confronti di tutti. Insieme aiutiamo il prossimo e l'Italia ad aprirsi alla dimensione dello scambio. Un ecumenismo nell'azione e nella prassi. E poi - aggiunge - lavorare insieme ci ha dato molto dal punto di vista della fede. Chi arriva da noi con vite spezzate e occhi spenti in qualche tempo si rimette in sesto e rinasce. Per noi cristiani è una esperienza di resurrezione alla luce della fede. Forse non è un caso - conclude - che il progetto sia politico, i soggetti che ne usufruiscono siano per lo più musulmani e l'abbraccio sia cristiano, come quello del Samaritano che si ferma, accoglie e cura".

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14/06/2021
Ecumenismo pratico


I radicali islamici uccidono 17 cristiani al giorno solo in Nigeria

 @ - Gli organismi sovranazionali accusati di passività di fronte a uno scenario in cui gli analisti constatano indizi di genocidio.

FUNERALE LOCALE

I radicali islamici uccidono 17 cristiani al giorno solo in Nigeria. Nei primi 200 giorni del 2021, sono stati circa 3.400 i cristiani assassinati dal fanatismo terroristico nel Paese più popoloso dell’Africa.

La fonte delle cifre è l’organizzazione nigeriana Intersociety, Società Internazionale delle Libertà Civiche e dello Stato di Diritto, entità che dal 2010 esegue ricerche e documenta i dati relativi alla persecuzione religiosa e ad altre forme di violenza perpetrate in Nigeria da organi statali e non statali.

Secondo il rapporto di Intersociety, il numero di omicidi in questo primo periodo del 2021 è praticamente uguale a quello di tutto il 2020, calcolato in circa 3.530 unità da Open Doors, organizzazione che monitora lo stato della libertà religiosa nel mondo. I dati sono sempre approssimativi, perché è impossibile ottenere cifre esatte in uno scenario in cui vaste regioni del Paese sono alla mercè di attacchi quotidiani di gruppi terroristici come Boko Haram. Non c’è un registro centralizzato del numero di decessi provocati dal terrorismo islamico.

Tra le vittime di questo periodo figurano anche dieci tra sacerdoti cattolici e pastori protestanti. Il clero è stato un bersaglio privilegiato dell’ondata di sequestri che terrorizza varie zone del Paese da anni.

Intersociety ha registrato 2.980 sequestri di cristiani tra il 1° gennaio e il 18 luglio 2021. L’entità stima che un minimo di 3 cristiani ogni 30 sequestrati venga ucciso durante la prigionia, il che aggiungerebbe 300 decessi ai registri degli omicidi perpetrati dagli jihadisti. Il rapporto osserva anche che ci sono stati 150 omicidi non registrati e trattati come “numeri oscuri”.

Da gennaio ci sono anche stati circa 300 casi di chiese minacciate, attaccate o incendiate.

Radicali islamici in Nigeria

Il triste record nei numeri degli omicidi di cristiani in Nigeria a causa della persecuzione religiosa è stato raggiunto nel 2014, con più di 5.000 casi. Più di 4.000 di loro sono stati provocati da Boko Haram, ma anche i pastori islamici nomadi Fulani hanno ucciso deliberatamente almeno altri 1.200 cristiani.

Le cifre parziali del 2021 hanno già garantito un preoccupante secondo posto nella lista degli anni più sanguinosi per i cristiani in Nigeria – e tragicamente da qui fino a dicembre si potrebbero superare le cifre del 2014, battendo un nuovo record tanto triste quanto vergognoso.

Decine di organizzazioni locali e straniere di difesa dei diritti umani accusano il Governo nigeriano di omissione e inefficacia nella lotta contro il massacro di cristiani nel Paese. Anche i grandi organismi sovranazionali sono accusati di passività di fronte a uno scenario in cui gli analisti constatano indizi di genocidio. L’impunità mantiene i colpevoli degli omicidi non solo a piede libero, ma spesso perfino esenti da indagini.

A queste accuse si unisce l’abbandono da parte del Governo delle famiglie sia delle vittime che dei sopravvissuti.

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