Parco Archeologico Religioso CELio

Parco Archeologico Religioso CELio
".... energia rinnovabile UOMO"

sabato, luglio 11, 2026

Benedetto da Norcia, il santo europeo

 @ San Benedetto da Norcia, patrono d’Europa, un titolo solenne che gli venne conferito da papa Paolo VI nel 1964. E lo stesso Montini, disse parlando del santo di Norcia: «Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente, San Benedetto e i suoi figli con la croce, con il libro e con l'aratro portarono il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall'Irlanda alle pianure della Polonia».

Benedetto da Norcia in una raffigurazione “San Benedetto e Norcia”, Antonio e Giovanni Sparapane 1466, ex chiesa di S. Francesco a Tuscania (Viterbo) | Benedetto da Norcia in una raffigurazione “San Benedetto e Norcia”, Antonio e Giovanni Sparapane 1466, ex chiesa di S. Francesco a Tuscania (Viterbo) | Credit pd

Parole contenute nella Lettera Apostolica Pacis nuntius del 24 ottobre 1964. Con questa proclamazione, la Chiesa riconobbe il ruolo straordinario che il monachesimo benedettino ha avuto nella formazione dell'identità culturale, spirituale e sociale del continente europeo. In un’epoca di profonda crisi, segnata dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e dalle invasioni barbariche, la sua figura ha rappresentato un faro di stabilità, ordine e rinascita, capace di unire popolazioni diverse sotto un'unica matrice.

Il cuore del contributo benedettino all'Europa risiede nella celebre Regola, sintetizzata nel motto "Ora et labora" (prega e lavora). Questo principio ha rivoluzionato il concetto stesso di lavoro nell'antichità. Dobbiamo infatti precisare che prima di Benedetto, il lavoro manuale era considerato un'attività “degradante”, marginale, riservata quasi esclusivamente agli “schiavi”. Il monachesimo ribalta, invece, questa visione: il lavoro diviene grazie a questa nuova concezione uno strumento di santificazione, dignità umana e progresso sociale. I monaci non si limitavano a pregare. L’ “ora” era associato al “labora”: bonificavano terre incoltivate e in condizioni pessime, introducevano tecniche agricole d’avanguardia e organizzavano l'economia locale attorno alle abbazie, trasformandole in veri centri propulsori di sviluppo.

Ma, assieme a questa tipologia di lavoro, bisogna annoverare altra “tipologia”, quella intellettuale: ossia la salvaguardia della cultura, del patrimonio culturale che rendeva l’Europa uno dei continenti più importanti del mondo: nei monasteri, le prime biblioteche d'Europa. Nello "scriptorium", i monaci amanuensi copiavano a mano non solo i testi sacri e i commentari teologici, ma anche le grandi opere della letteratura greca e latina. Senza questo lavoro meticoloso e silenzioso, gran parte del patrimonio filosofico, scientifico e letterario dell'antichità classica sarebbe andato perduto. Per sempre. Le abbazie divennero, così, centri di diffusione del sapere e nelle prime vere scuole del continente, gettando i semi per la nascita delle future università europee.

L'eredità del santo nel nostro oggi rimane di straordinaria attualità. Essa ricorda al continente che la vera unità non può basarsi esclusivamente su accordi economici o burocratici, ma richiede radici spirituali, culturali e umane profonde. A riguardo, è doveroso ricordare ciò che Benedetto XVI «Oggi l’Europa [...] è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa». Parole che pronunciò durante l’Udienza Generale del 9 aprile 2008. Parole che ancora oggi non perdono la loro attualità.

venerdì, luglio 10, 2026

Il latino, i paramenti e l'ecumenismo: il rifiuto della Chiesa troppo modernista


 @  - Non solo differenze nel rito e nella liturgia, ma, in pratica, anche nel mancato riconoscimento del primato del Papa, a cui spettano le nomine dei vescovi. Sono diversi i punti di contrasto tra la Fraternità San Pio X e il Vaticano.
                        
Il latino, i paramenti e l'ecumenismo: il rifiuto della Chiesa troppo "modernista"
Il principale riguarda la riforma liturgica prevista dal Concilio Vaticano II, ovvero la messa moderna con l'abbandono del latino. Ma non è solo la lingua a far divergere i lefebvriani, fondati da Marcel Lefebvre proprio all'indomani del Concilio, e la chiesa cattolica. La messa tridentina è il loro "must", con il latino e il sacerdote che è con le spalle ai fedeli. Se però le celebrazioni seguono le norme liturgiche, la Chiesa Cattolica ammette questo tipo di messe. Il rito dei tradizionalisti è più uniforme, senza originalità, niente chitarre o musica "moderna". Solo canto gregoriano. In una parola, niente "modernismi" introdotti dal Concilio Vaticano II.

Altro elemento di divisione riguarda i paramenti utilizzati durante le celebrazioni. Anche nella messa di consacrazione di ieri a Econe, i celebranti e i consacrandi vescovi hanno indossato, come sempre, i solenni paramenti antichi. Dai guanti rossi per i consacranti, bianchi per i nuovi vescovi alle scarpe bianche su calzini rossi per i quattro nuovi presuli consacrati, contro la volontà del Papa. Secondo l'uso tradizionale, al momento della consacrazione i quattro nuovi vescovi sono stati anche bendati su fronte e mani per ricevere l'olio sacro.

I tradizionalisti della Fraternità San Pio X indossano sempre la talare nera e mai il cosiddetto clergyman, il completo usato dai sacerdoti nella loro vita quotidiana.

Ci sono poi altri tre principi che allontanano i lefebvriani dalla chiesa cattolica: la libertà religiosa dello Stato, l'ecumenismo e il dialogo interreligioso.

I tradizionalisti contestano il principio previsto dalla "Dignitatis Humanae" ("Della dignità della persona umana"), la Dichiarazione approvata a fine Concilio che prevede che uno Stato non debba impedire a una persona di professare la propria religione, qualunque sia. I lefebvriani ci vedono una diminutio della fede cattolica e una contraddizione col magistero precedente.

Inoltre i lefebvriani definiscono "eretici" i protestanti e gli aderenti a tutte le altre confessioni cristiane non cattoliche, dunque non accettano l'ecumenismo. La San Pio X è contraria anche al dialogo con le religioni non cristiane, in nome della lotta al relativismo religioso.

Ma l'elemento di rottura più forte è l'ordinazione dei vescovi senza mandato pontificio. Di fatto, anche se Fraternità riconosce il Papa come capo della Chiesa cattolica e in 56 anni non ha mai detto di voler fondare una nuova Chiesa, l'atto di ieri a Econe consacra il mancato riconoscimento del primato petrino. E il respingimento delle novità, dai lefebvriani definite moderniste, introdotte con il Concilio Vaticano II.

venerdì, giugno 26, 2026

«Galimberti studi prima di parlare a vanvera»: il vescovo teologo Staglianò smonta il filosofo sulle parole di Gesù

 @È un attacco frontale, condotto sul terreno che il teologo considera decisivo: quello delle fonti. Monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia Teologica, interviene nel dibattito aperto dal filosofo Umberto Galimberti dopo la pubblicazione del libro Le parole di Gesù, nel quale l'autore sostiene che il cristianesimo avrebbe tradito il messaggio originario di Cristo.

«Galimberti studi prima di parlare a vanvera»: il vescovo teologo Staglianò smonta il filosofo sulle parole di Gesù© Ansa

Galimberti, presentando il volume, ha affermato che «il cristianesimo è la negazione radicale delle parole di Gesù», sostenendo inoltre che «Gesù non voleva assolutamente fondare una religione, perché l'ha fondata San Paolo», che «non si è mai definito Figlio di Dio, ma sempre Figlio dell'uomo» e che l'espressione «Figlio di Dio» comparirebbe nei Vangeli soltanto sulle labbra di Pilato.

Per Staglianò si tratta di affermazioni che non resistono alla verifica dei testi evangelici. Il presidente della Pontificia Accademia Teologica parla di un fenomeno «intellettualmente disonesto» che vede «illustri filosofi o divulgatori parlare in pubblico del cristianesimo con una sicurezza inversamente proporzionale alla loro conoscenza delle fonti». L'invito rivolto a Galimberti è netto: «Studiare prima di giudicare».

«Affermazioni come queste – pronunciate dal palco di un festival, in un'intervista o nelle prefazioni del suo libro – hanno la forza della provocazione che piace al pubblico», osserva il teologo. «Hanno però il vizio di non corrispondere ai testi che pretendono di interpretare

«Gesù non si è mai definito Figlio di Dio»
È il primo punto che Staglianò contesta, definendolo «l'affermazione più grave e anche la più facile da verificare». Il teologo richiama innanzitutto il Vangelo di Marco (14,61-62), dove il Sommo Sacerdote domanda a Gesù: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». La risposta è inequivocabile: «Io lo sono». Analogo il riferimento al Vangelo di Matteo (16,15-17), quando Pietro proclama: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù non soltanto non lo corregge, ma dichiara beato l'apostolo, attribuendo quella confessione a una rivelazione del Padre. Staglianò richiama poi Giovanni (10,36), dove è Gesù stesso ad affermare: «Ho detto: sono Figlio di Dio», e Luca (22,70), nel quale, alla domanda «Sei tu dunque il Figlio di Dio?», risponde: «Voi stessi dite che io sono». «Come si concilia tutto questo con la tesi di Galimberti?», si chiede il teologo. «Non si concilia. O Galimberti non ha letto questi passi, oppure li ha letti e li ha consapevolmente ignorati. In entrambi i casi, la sua affermazione è falsa. E quando un filosofo che si propone di insegnare il cristianesimo ai cristiani sbaglia su un punto così elementare, viene da chiedersi quale tipo di insegnamento stia offrendo

L'errore su Pilato
Secondo Staglianò, Galimberti sbaglia anche quando sostiene che il titolo di «Figlio di Dio» compaia nei Vangeli soltanto sulle labbra di Pilato. «È semplicemente inesatto», replica. Nei racconti della Passione, osserva, il governatore romano domanda sempre a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». L'espressione «Figlio di Dio» compare invece nel Vangelo di Giovanni (19,7), quando sono i capi dei Giudei a dire a Pilato: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». «Non è Pilato a pronunciare quelle parole», sottolinea Staglianò. «E Gesù, in quel momento, non risponde con un "tu l'hai detto". Galimberti confonde i personaggi, attribuisce a Pilato una frase che non pronuncia e a Gesù una risposta che non dà. È un errore che a uno studente del primo anno di teologia verrebbe corretto invitandolo semplicemente a riaprire il testo.»

«Non fu Paolo a fondare il cristianesimo»
L'ultima tesi contestata riguarda il rapporto tra Gesù e san Paolo. Per Galimberti sarebbe stato l'Apostolo delle genti a fondare il cristianesimo, mentre Gesù non avrebbe mai avuto questa intenzione. Anche qui Staglianò parla di una ricostruzione storicamente fragile. «È vero che Gesù non ha lasciato un manuale di fondazione della Chiesa», osserva. «Ma ha scelto dodici apostoli, numero dal forte valore simbolico, ha istituito l'Eucaristia con il comando "Fate questo in memoria di me" e ha affidato a Pietro una missione precisa: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa".» Ridurre tutto a una costruzione successiva di Paolo significa, secondo il teologo, ignorare elementi centrali dei Vangeli. Lo stesso Paolo, ricorda, non si è mai presentato come fondatore di una nuova religione, ma come apostolo che aveva ricevuto il Vangelo «non da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Galati 1,11-12). «La sua teologia non nasce dal nulla», conclude Staglianò. «È l'elaborazione del mistero pasquale. Senza il Gesù storico, la sua crocifissione e la fede nella risurrezione, la predicazione di Paolo non avrebbe avuto alcun contenuto

L'intervento del presidente della Pontificia Accademia Teologica va oltre la semplice replica a un autore. Tocca un tema più ampio: il rapporto tra divulgazione e rigore scientifico quando si affrontano i testi fondativi del cristianesimo. Per Staglianò il dibattito è sempre legittimo, ma richiede un presupposto irrinunciabile: partire dai testi, non dalle tesi.

mercoledì, giugno 17, 2026

Papa Leone XIV ai nonni e agli anziani: “Non abbiate paura della fragilità”

 @ -  Città del Vaticano , lunedì, 15. giugno, 2026 15:00 (ACI Stampa).
Per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio.
Il Papa in visita ad una casa di riposo | | Vatican Media / EWTN
Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del tu. Con queste parole inizia il Messaggio del Papa dedicato ai Nonni e degli Anziani per la Giornata Mondiale dedicata a loro che si celebra la quarta domenica di luglio -quest’anno il 26 luglio -, sul tema “Io invece non ti dimenticherò mai”. La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto oggi il Messaggio.

Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia. La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio”, scrive Papa Leone XIV nel Messaggio.

Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profetaIo invece non ti dimenticherò maiprendano la forma di un tenero e affettuoso incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone”, dice ancora il Papa.

La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”, questo l’appello di Papa Leone XIV.

La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita. Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale… Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita”, conclude infine il Pontefice.

giovedì, maggio 21, 2026

CENTRI D'ITALIA

 @ - Centri d’Italia è la prima piattaforma liberamente accessibile da cui è possibile scaricare dati di dettaglio sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia. 


Territorio per territorio, è possibile conoscere i tipi di centri, i posti disponibili, le presenze, i gestori e i prezzi giornalieri. Uno strumento per ricercatori, giornalisti e cittadini, che vogliono conoscere il sistema di accoglienza, dati alla mano. Centri D'Italia