Parco Archeologico Religioso CELio

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giovedì, aprile 02, 2026

Camminare non basta più: cosa serve davvero per restare forti dopo i 70 anni

@ Camminare fa bene al cuore e all’umore, su questo non ci sono dubbi. Tuttavia, dopo i 70 anni, la semplice passeggiata potrebbe non bastare più per proteggere la salute generale.

Come costruire i muscoli dopo i 50 anni, secondo gli esperti che allenano le donne anziane© Edward Berthelot - Getty Images

Con il passare del tempo, infatti, il corpo cambia. I muscoli tendono a ridursi, l’equilibrio diventa meno sicuro e i riflessi si fanno più lenti, aumentando (purtroppo) il rischio di cadute. La buona notizia è che il nostro organismo non smette mai di rispondere agli stimoli, nemmeno quando il tempo avanza. Se allenato nel modo corretto, il corpo può recuperare forza e stabilità, restituendo quella sicurezza nei movimenti che è alla base dell’indipendenza quotidiana. Diventare più forti non solo è possibile, ma è anche una strategia vincente per migliorare la qualità della vita.


Perché camminare non basta più
Molti pensano che una passeggiata quotidiana sia la panacea contro tutti i mali, un modo semplice e pratico per mantenersi in buona salute. In realtà, oggi la scienza ci dice che, sebbene camminare sia un’ottima abitudine, non è più sufficiente per contrastare i processi biologici dell'invecchiamento. Il motivo è semplice. La camminata è un’attività prevalentemente aerobica che non fornisce uno stimolo abbastanza intenso per frenare il deterioramento della nostra “armatura”. “L’invecchiamento non è un evento isolato, ma un processo che colpisce contemporaneamente tre fronti critici ovvero ossa, articolazioni e muscoli.

Tutto inizia con il declino della densità ossea che, unito alla sedentarietà, accelera verso l'osteoporosi. Di riflesso, le articolazioni perdono elasticità, rendendo i movimenti meno fluidi e più faticosi. Il segnale più critico resta però il declino muscolare. La perdita di massa e forza altera l’equilibrio e rallenta i riflessi, aumentando il rischio di cadute. Intorno ai 70 anni, questa combinazione crea una “fragilità globale” che minaccia direttamente l'indipendenza quotidiana. Per invertire la rotta, la semplice passeggiata non basta più, bisogna allenare la forza. Solo un carico meccanico specifico è in grado di “dialogarecon le cellule, spingendo le ossa a rinforzarsi e i muscoli a rigenerarsi. È questa la vera chiave per una vecchiaia attiva, sicura e autonoma”, spiega Alfonso Jiménez, Professore Ordinario di Scienze motorie e della salute e Direttore del Centro di Ricerca per le scienze dello sport presso l'Università Rey Juan Carlos (URJC) e Direttore di GOfit LAB.

Forza ed equilibrio, le priorità dopo i 70 anni
Per mantenere forza, equilibrio e indipendenza dopo i 70 anni è indispensabile combinare l'allenamento della forza con esercizi di instabilità controllata, garantendo sempre un recupero di almeno 48 ore tra le sessioni per permettere il necessario adattamento dei tessuti. Oltre all’efficienza meccanica di ossa, muscoli e articolazioni, è fondamentale considerare il ruolo del sistema nervoso, il vero regista che coordina ogni movimento”, prosegue il dottor Jiménez. L’esercizio fisico, dunque, non deve limitarsi al potenziamento muscolare, ma deve porsi l’obiettivo di stimolare attivamente il cervello per affinare l’equilibrio e ridurre drasticamente il rischio di cadute. “In questa fascia d'età, risulta particolarmente efficace non solo sollecitare la muscolatura tramite carichi esterni o il peso corporeo, ma farlo all'interno di situazioni dinamiche che obblighino il sistema nervoso a una coordinazione complessa, come per esempio salire e scendere da uno step mentre si lancia o si riceve una palla”, specifica il Direttore del Centro di Ricerca per le scienze dello sport presso l'Università Rey Juan Carlos (URJC).

Come invertire il declino muscolare
Recenti studi sui centenari mostrano come il corpo sia capace di evolvere anche in età avanzata. Seppur se dopo i 70 anni il declino fisico sia comune, le ricerche confermano che questo processo non è inevitabile. “L’allenamento della forza si è rivelato uno strumento straordinario, in grado di migliorare la capacità funzionale in soggetti di qualsiasi età. Questo beneficio si manifesta indipendentemente dal passato sportivo dell'individuo. I miglioramenti strutturali e prestazionali sono tangibili sia nei settantenni che negli ottantenni, estendendosi persino alla soglia dei 90 anni. Il tessuto muscolare, infatti, conserva la capacità di rispondere positivamente ogni qualvolta riceva uno stimolo meccanico adeguato e sufficiente”, chiarisce il dottor Jiménez. In quest’ottica, l’esercizio di resistenza, se ben calibrato, non rappresenta mai un rischio, ma diventa una risorsa fondamentale per contrastare la fragilità e recuperare margini di autonomia che si credevano perduti.

Muoversi in sicurezza e senza rischi
Mantenere l’autonomia e la vitalità dopo i 70 anni richiede un approccio che superi il concetto di semplice movimento, puntando su strategie per rinforzare il corpo e proteggere la salute del sistema nervoso. “Il punto di partenza ideale consiste nel rivolgersi a professionisti qualificati per impostare un percorso sicuro. L’approccio iniziale si focalizza su esercizi a corpo libero, dando priorità assoluta alla coordinazione e alla corretta esecuzione tecnica piuttosto che al carico sollevato. In questa fase, la sicurezza è l'elemento centrale. Attraverso una progressione ragionevole e costante, è possibile ottenere risultati significativi a qualsiasi età, superando i timori iniziali legati agli infortuni”, commenta l’esperto.

Allenarsi per restare indipendenti
Poiché non si tratta di un obiettivo irraggiungibile, ma di una necessità funzionale, iniziare un percorso di rinforzo fisico non è mai troppo tardi. “Per chi ha superato i 70 anni, il mantenimento della forza è un elemento vitale per preservare l'indipendenza quotidiana. La capacità muscolare è ciò che permette di svolgere le attività fondamentali, ovvero muoversi in autonomia, fare la spesa e mantenere una vita attiva. Preservare un livello minimo di funzionalità non migliora solo la salute fisica, ma ha un impatto diretto sul benessere mentale ed emotivo. Muoversi con sicurezza e fiducia facilita infatti la partecipazione alla vita comunitaria e il mantenimento delle relazioni sociali, contrastando la solitudine involontaria. L’esercizio fisico non serve solo a prevenire cadute o dipendenza, ma agisce come uno strumento essenziale per restare connessi con il mondo esterno e migliorare la qualità della vita”, conclude il Direttore di GOfit LAB.

domenica, febbraio 01, 2026

Papa Leone XIV: “Madre Teresa di Calcutta profetica, il più grande distruttore della pace è l’aborto”

 @CITTÀ DEL VATICANO (ITALPRESS) – “La pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: ........................... è un bene del quale ringraziare.

Papa Leone XIV “Madre Teresa di Calcutta profetica,
 il più grande distruttore della pace è l’aborto”

La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà”. Lo ha detto Papa Leone XIV, ricevendo in udienza al Palazzo Apostolico i partecipanti al convegno “One Humanity, One Planet”. “La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia – ha aggiunto il Pontefice -. A tal fine, vi invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” (Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale”.

Davanti alle molte sfide del presente abbiate dunque coraggio, ricordando che non siete soli a cercare la fraternità universale: l’unico Dio ci dona la terra come casa comune per tutti i popoli. Il titolo del vostro convegno, “One Humanity, One Planet”, merita perciò di essere completato con “One God – ha concluso il Papa –: riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace”.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

mercoledì, dicembre 31, 2025

L'allarme (inascoltato) di Ratzinger sull'Islam

@Tre anni fa Benedetto XVI concludeva il suo pellegrinaggio terreno. Un Papa entrato nella Storia per un gesto, quello della rinuncia nel 2013, ma anche per diversi discorsi memorabili. Tra di essi c'è senz'altro la lectio magistralis di Ratisbona nel 2006.

L'allarme (inascoltato) di Ratzinger sull'Islam
Un testo teologico dedicato ai mali dell'Europa che, in un solo ma significativo passaggio, inchiodava l'islam ad un dato di fatto: il suo problema con la violenza. Ratzinger lo attribuiva alla separazione tra fede e ragione che nel cristianesimo, invece, non c'è. La famosa citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo secondo cui Maometto aveva "portato di nuovo (...) soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava" fece il giro del mondo ed infiammò le piazze islamiche contro il Papa. A Mogadiscio venne persino uccisa una religiosa, suor Leonella Sgorbati.

Mentre quel discorso veniva pronunciato nell'università di Ratisbona, il cardinale Gerhard Ludwig Müller sedeva accanto a Benedetto XVI in quanto vescovo locale. "La reazione dei professori presenti in aula fu positiva - ricorda il porporato con il nostro giornale - ma nei giorni successivi venne rilanciata quella sola citazione presentando Benedetto XVI come un nemico della libertà religiosa e i manifestanti islamici, che non avevano letto il discorso, finirono per diventare strumento di questa propaganda antiratzingeriana". Müller non può che constatare che "quelle reazioni paradossalmente confermarono quanto Ratzinger avesse ragione". Lui che lo frequentò fino all'ultimo afferma che "Benedetto XVI non si è mai pentito della lectio di Ratisbona perché ciò che aveva detto era la verità". Basta rileggere il libro-intervista Luce del mondo scritto con Peter Seewald per capire che idea si fosse fatto Ratzinger dopo le proteste islamiche al suo discorso. "È risultato chiaro - sostenne il Papa tedesco nel volume del 2010 - che nel dibattito pubblico l'islam deve chiarire due questioni: quelle del suo rapporto con la violenza e con la ragione".

Non un crociato né un islamofobo: Benedetto XVI era un europeo che alla "sua" Europa poneva il tema concreto della presenza islamica in una società plasmata dalla tradizione greco-romana e con principi scaturiti dalla civiltà giudaico-cristiana. "Secondo Ratzinger - spiega Müller - l'islam contempla concetti di Dio, di società e di Stato molto diversi dai nostri e dunque poneva la questione della compatibilità con la nostra cultura" specialmente sulla condizione della donna. Come rileva don Roberto Regoli, professore di Storia della Chiesa dell'università Gregoriana, "in relazione all'islam, Benedetto XVI chiedeva con fermezza una reciprocità tra cattolici e musulmani, preoccupandosi che alle minoranze cristiane presenti nei Paesi islamici fosse riconosciuta la stessa libertà religiosa che godono i musulmani in Occidente". Una reciprocità che Ratzinger, però, non vedeva dal momento che si lamentava di come persino gli interlocutori islamici più dialoganti non ammettessero il diritto a cambiare religione.

Di fronte alle proteste e alle minacce per Ratisbona, l'Europa lasciò solo il Papa tedesco. L'Ue non votò una mozione di solidarietà e l'allora premier italiano Romano Prodi rispose a una domanda sulla sua sicurezza in maniera sprezzante: "ci penseranno le sue guardie". Benedetto però non se ne pentì, rimanendo coerente alla sua idea precedente all'elezione che l'islam presentasse problemi di compatibilità sia sul piano teologico che politico con l'Europa figlia della tradizione greco-romana e giudaico-cristiana. In un discorso del 1979 a Strasburgo, l'allora cardinale Ratzinger sostenne che "la separazione di fede e legge, di religione e diritto tribale non viene compiuta nell'islam e non è neppure effettuabile senza che si tocchi la sua stessa essenza". Lo descrisse come espressione di un monoteismo "che si chiude ugualmente alla razionalità greca e alla sua cultura", dunque ai valori fondanti stessi dell'Europa. L'allarme dell'ultimo Papa europeo sulla sfida rappresentata dall'islam per il vecchio continente, però, è rimasto inascoltato. Soprattutto a Bruxelles.

venerdì, dicembre 26, 2025

Il Santo Bambino di Aracoeli: una tradizione natalizia a Roma

 @Il 2 febbraio 1994, i Romani si svegliarono con un titolo inquietante sui giornali nazionali: "RUBATO IL BAMBINELLO DELL'ARA COELI." Il "Santo Bambino" (Santo Bambino) in questione era una piccola statua di legno alta circa 60 cm che raffigurava il giovane Bambino Gesù con una corona e preziosi paramenti liturgici, ed era una delle immagini cristiane più venerate e amate di Roma. Il furto ha scosso la città e, nonostante un'indagine concertata, non è stata scoperta alcuna traccia della scultura da quel giorno fino ad oggi.


Indomiti, i monaci francescani responsabili della chiesa di Santa Maria in Aracoeli - sede della statua negli ultimi 500 anni - fecero realizzare una replica esatta del Bambinello e la collocarono nella cappella ora vuota. I Romani presero presto il cuore della copia e la accolsero con lo stesso grado di venerazione che dedicavano all'originale perduto.

Oggi, il furto è stato in gran parte dimenticato, e il Santo Bambino continua a compiere miracoli e a fornire un conforto spirituale alle legioni di pellegrini che arrivano ogni anno per rendere omaggio alla scultura, proprio come fanno da secoli.

Ma chi è davvero il Santo Bambino di Aracoeli, conosciuto dai locali semplicemente come Er Pupo de Roma - Il Piccolo Ragazzo di Roma?
Origini Miracolose


Per scoprirlo, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo, circa mezzo millennio, attraversando mari e continenti fino al Medio Oriente. Qui, un pio frate francescano di stanza in Terra Santa decise, per ragioni sconosciute nella storia, di scolpire una piccola scultura del bambino Bambino Gesù avvolto in vesti.

L'aspetto più prezioso della scultura era il materiale da cui era scolpita: un pezzo di legno ricavato dagli ulivi nel Giardino del Getsemani, dove Gesù e i suoi apostoli attendevano con ansia il giorno predetto del suo arresto e della successiva crocifissione.

La storia racconta che il nostro artista, con il lavoro quasi finito, ebbe un suo momento di dubbio quando si trattava di dipingere la scultura in legno. Mettendo in dubbio la sua capacità di rendere giustizia realistica al suo suddito, pregò per ispirazione divina prima di cadere in un sonno profondo. Quando si svegliò, le sue preghiere furono esaudite. La statua era decorata con maestria: guance che brillavano di vigore giovanile, vesti scintillanti di gioielli e capelli che rimbalzavano con ricci lucenti – il lavoro, a quanto pareva, di angeli.

Le immagini dipinte divinamente non sono rare nella credenza cattolica: note come acheiropoieta, o icone fatte senza mani umane, tra loro si potrebbero riconoscere il Velo di Veronica e la Sindone di Torino. Aggiungendo all'aura sacra del nostro bambinello, il frate avrebbe deciso di battezzare l'immagine miracolosa nelle acque del fiume Giordano, in imitazione di Cristo stesso.

Un viaggio leggendario a Roma

 

La chiesa di Santa Maria in Aracoeli a Roma
La statua ormai meravigliosamente adornata del Bambino Cristo fu presto trasferita al quartier generale francescano in Italia. Tuttavia, un disastro colpì il mare aperto quando un'onda massiccia scagliò la nave su cui viaggiava il Bambino verso le profondità salmastro.

La statua stava però iniziando a esercitare i suoi poteri miracolosi e fu depositata in sicurezza sulla costa del Lazio accanto ai passeggeri della barca. Poco dopo arrivò a Santa Maria in Aracoeli a Roma, la chiesa francescana più importante della città.

Il Miracolosse


Depositato in una cappella della favolosa chiesa, il Santo Bambino iniziò a godere della reputazione in città come icona miracolosa. Secondo numerose fonti dell'età moderna, i supplicanti speranzosi arrivavano quotidianamente alla basilica nella speranza di guarire dalle male, rimanere incinte o trovare l'amore. Secondo la leggenda, chi si avvicina alla statua per chiedere aiuto può avere un indizio sulle labbra del bambino se la loro richiesta verrà concessa: se c'è speranza, le labbra diventeranno rosse, mentre bianche se il caso è perso.

In ringraziamento per le numerose benedizioni ricevute, i fedeli iniziarono ad adornare la statua con gemme preziose e gioielli, così che l'icona brillasse positivamente. Nel XVIII secolo un osservatore scrisse che il Bambino era straordinariamente "arricchito con smeraldi, zaffiri, topazi, ametiste, diamanti e altri preziosi ornamenti", incluso un chiuso per abiti adornato con 162 diamanti rilegati in argento per un valore impressionante di 580 scudi.

Nel 1800 il favoloso e ricco principe Alessandro Torlonia iniziava a viaggiare per la città con la sua sontuosa carrozza accanto alla statua ogni giovedì, portando il bambino nelle case dei malati troppo malati per raggiungere da soli Santa Maria in Aracoeli.

I documenti che attestano la grande stima in cui il Bambino era tenuto a Roma sono numerosi. Nel 1798 la statua fu presa dai soldati dell'esercito francese che stavano assediando la città, ma fu restituita sana e salva alla popolazione dopo che una nobildonna romana, Serafina Petrarca, riuscì a convincere con successo gli invasori napoleonici a consegnarla dopo aver pagato un ingente riscatto di tasca propria.

Nel 1895, il Vaticano riconobbe formalmente il culto del Santo Bambino, decretando che la statua fosse incoronata con una favolosa corona.

La Culla della Natività


Ogni Natale, il Santo Bambino viene spostato dalla cappella per diventare il fulcro dell'elaborato preepio natalizio che abbellisce la chiesa. Qui il bambino viene posto tra le braccia di una figura seduta della Vergine Maria e circondato da altre figurine che raffigurano personaggi della fiaba della Natività: i tre re, i pastori, vari animali e altro ancora. Per prevenire un altro furto, volontari della polizia locale fanno la guardia sul presepio.

Gli eventi culminano il 6 gennaio, festa dell'Epifania, quando il Bambinello viene portato in processione dalla chiesa fino a piazza del Campidoglio, dove la statua viene sollevata per benedire la città per l'anno a venire.

Il furto


E così, torniamo a quel giorno di febbraio del 1994. Dopo essere stato esposto nella culla della Natività di Santa Maria in Aracoeli per il periodo natalizio, il Santo Bambino era pronto a essere riportato al sicuro nella sua vetrina protetta. Per sfortuna, fu proprio in quel momento che i ladri, travestiti da operai, decisero di colpire, portandosi via sia la scultura che i preziosi gioielli e l'oro che la adornavano in una audace incursione con sfondo.

Inizialmente la polizia italiana era fiduciosa che la reliquia sarebbe stata restituita rapidamente, ipotizzando che i ladri volessero le decorazioni e non il Santo Bambino stesso. Ragionarono che la statua fosse troppo famosa per essere venduta sul mercato nero, e si aspettavano nel peggiore dei casi che venisse fatta una richiesta di riscatto per la sua restituzione in sicurezza. Purtroppo, le loro speranze erano infondate. Ora sembra probabile che la rapina sia stata commessa su commissione e che il Bambinello occupi un posto segreto d'onore nella collezione di un antiquario senza scrupoli.

Il Piccolo Ragazzo di Roma sopravvive comunque nella replica che ormai ha assunto tutta l'aura misteriosa dell'originale. Per gli abitanti della Città Eterna, non sarebbe Natale senza una visita al Santo Bambino di Aracoeli!


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lunedì, dicembre 15, 2025

La richiesta del papa a Donald Trump

 - Papa Leone XIV è intervenuto con un messaggio fermo e insolitamente diretto rivolto al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: non indebolire il legame storico tra Washington e l’Europa. In un contesto internazionale segnato da incertezze e tensioni, Leone XIV ha sottolineato che smantellare questa alleanza transatlantica significherebbe mettere a rischio decenni di cooperazione, avvertendo che escludere l’Europa dalle principali decisioni strategiche comporterebbe conseguenze gravi sia per la pace sia per la stabilità globale.

La richiesta del Papa a Donald Trump

Riferendosi alle recenti dichiarazioni di Trump — che auspicavano una sorta di rottura con l’Europa — il pontefice ha osservato, come riportato da POLITICO, che «i commenti fatti sull’Europa nelle interviste recenti… credo che stiano cercando di smantellare quella che considero un’alleanza molto importante per oggi e per il futuro». Non si è trattato, dunque, di un richiamo formale, ma di una preoccupazione concreta: per il Vaticano l’unità dello spazio euro-atlantico resta fondamentale in una fase di conflitti e riposizionamenti strategici.

Leone XIV ha inoltre insistito sul fatto che qualsiasi tentativo di risolvere le crisi attuali — in particolare la guerra tra Russia e Ucraina — senza una partecipazione attiva dei Paesi europei sarebbe irrealistico e perfino pericoloso, poiché il conflitto si svolge in territorio europeo e coinvolge direttamente la sicurezza del continente.

La richiesta del Papa a Donald Trump

Che cosa ha detto Trump?
In un’intervista a POLITICO (nel podcast The Conversation), Trump ha definito presidenti e primi ministri europei «deboli», aggiungendo che «non sanno cosa fare». Le sue parole sono arrivate dopo la presentazione del piano di pace dell’amministrazione statunitense per l’Ucraina, un disegno che ha lasciato Bruxelles ai margini e che ha attirato critiche sia da Zelensky sia dai principali alleati europei.

Su questo punto, Leone XIV — sempre secondo POLITICO — ha riconosciuto che «è un programma che il presidente Trump e i suoi consiglieri hanno elaborato. È il presidente degli Stati Uniti e ha il diritto di farlo». Tuttavia, il pontefice ha tracciato un limite chiaro: il diritto di proporre un piano non significa che esso sia realistico o praticabile.

Per Leone XIV, mettere da parte l’Europa è un errore di fondo. POLITICO riporta le sue parole: «Penso che il ruolo dell’Europa sia molto importante. Cercare un accordo di pace senza includere l’Europa nei colloqui non è realistico. La guerra è in Europa. E nelle garanzie di sicurezza che si cercano oggi e in futuro, l’Europa deve far parte del processo».
Un appello al cuore di un’alleanza storica
L’intervento del Papa è arrivato in un momento in cui le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono sotto pressione, complicate dall’approccio della Casa Bianca alla politica estera. Nella sua analisi, alcune delle recenti affermazioni e proposte provenienti da Washington rischiano di fratturare quella che è stata «una vera alleanza» per molti anni, costruita non solo su cooperazione militare, ma anche su una visione comune del mondo.

Il pontefice ha richiamato l’attenzione anche sulla nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che ha provocato discussioni tra i leader europei per il suo tono e per la percezione di un orientamento più unilaterale, incentrato sugli interessi americani piuttosto che sulla tradizionale collaborazione atlantica. Per Leone XIV, differenze di questo tipo vanno affrontate con dialogo e rispetto reciproco, non con distanze unilaterali che rischiano di emarginare partner storici.

La richiesta del Papa a Donald Trump

Guardando oltre l’immediato, Leone XIV ha invitato i responsabili politici a pensare alle generazioni future, per le quali la cooperazione tra Stati Uniti ed Europa potrebbe rappresentare l’unica garanzia contro guerre, crisi economiche e minacce alla democrazia.

Il suo appello è giunto mentre in diverse capitali europee si discute come interpretare i segnali contrastanti provenienti da Washington. Sebbene non vi siano indicazioni di un imminente cambiamento della postura americana, l’intervento del Papa ha messo in rilievo l’importanza di mantenere un dialogo aperto e costruttivo, anche quando le priorità strategiche divergono.

giovedì, dicembre 11, 2025

Leone XIV manda in tilt i vaticanisti:«Preferisco pregare in una Chiesa piuttosto che in Moschea»

@Città del Vaticano – Dopo l’atto di venerazione all’Immacolata in Piazza di Spagna di lunedì 8 dicembre, Papa Leone XIV si è trasferito a Castel Gandolfo, nella villa Barberini, per trascorrere alcune ore di riposo. Martedì mattina il Pontefice ha ricevuto il presidente dell’Ucraina e, in serata, dopo cena, ha fatto rientro in Vaticano.


Come di consueto, prima di salire in auto per tornare a San Pietro, il Papa si è intrattenuto con i giornalisti davanti a villa Barberini. Tra le domande, quella di Jacopo Scaramuzzi – vaticanista di La Repubblica ormai noto nell’ambiente per porgere quesiti spesso privi di reale senso – che ha chiesto perché Leone XIV non abbia pregato in moschea durante il recente viaggio in Turchia.

Il Papa ha reagito con evidente sorpresa, quasi stupito di dover spiegare perché un Pontefice non preghi in una moschea. «Hanno detto che non ho pregato, ma io ho dato una risposta già sull’aereo, ho menzionato un libro. Può darsi che io stia pregando anche in questo momento, capito? Lo stile di preghiera, nel momento e nel luogo io… infatti preferisco pregare in una chiesa cattolica alla presenza del Santissimo Sacramento. Ma si è parlato tanto di quel momento, ma mi sembra un po’ curioso…», ha affermato.

Quella parola, «curioso», lasciava trasparire come Leone XIV consideri la polemica pretestuosa e senza alcun senso. Poi, altre domande sono state poste al Papa fra cui anche una che riguarda la sua vita privata e il suo appartamento alla quale il Papa ha risposto con molta chiarezza, smentendo così i falsi scoop e le false esclusive che nei mesi passati alcuni millantatori di titoli che non sono giornalisti hanno rilanciato sui quotidiani asserendo che il Papa avrebbe vissuto con la comunità agostiniana. 

Per quanto le domande di questi giornalisti siano oggettivamente prive di senso, bisogna riconoscere che sono anche il segnale di un clima generato negli anni passati, in cui una certa cronaca vaticana è stata abituata a gesti papali che producevano soprattutto scompiglio. Oggi, dunque, ciò che è normale viene percepito come assurdo e quasi straordinario, quando in realtà non lo è affatto. Come ha ricordato Leone XIV, non c’è nulla di strano se un Papa non prega in una moschea: è evidente che non ritiene quello il luogo in cui deve pregare e preferisce rivolgersi a Dio in una Chiesa davanti al Santissimo Sacramento, nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia.

d.G.V.
Silere non possum

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