Parco Archeologico Religioso CELio

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domenica, agosto 07, 2022

RACCONTI di: Papa Gregorio Magno - La sua vita. Le sue intuizioni. La sua eredità

Gregorio Magno e il suo monachesimo

Gregorio nacque a Roma nel 540 dalla famiglia senatoriale della Gens Anicia. Fu eletto <praefectus urbi>, ma dopo matura riflessione, forse su influsso di due zie paterne, rinunziò alla carriera politica e si consacrò alla vita monastica trasformando in monastero il palazzo ereditato dal padre al Clivus Scauri sul Celio. Ordinato diacono fu inviato nel 579 come apocrisario del papa presso l'imperatore Maurizio a Costantinopoli dove rimase fino al 585/586. Di ritorno a Roma divenne consigliere del Papa Pelagio II alla cui morte (7 febbraio 590) raccolse l'eredità pontificale.

Nel 596 Papa Gregorio ebbe l'intuizione di inviare il monaco Agostino con altri quaranta monaci della sua comunità monastica del Celio, (fra i quali la storia ricorda i santi Laurentius, Mellitus, Justus, Onorius, tutti successori di Agostino a Canterbury, Paulinus, primo Arcivescovo di York e Pietro, primo Abate dell’abbazia di Canterbury), come missionari nella Britannia per convertire gli Anglosassoni, ponendo così le premesse della diffusione dello spirito romano in quelle terre dalle quali, nei due secoli successivi, sarebbero partite schiere di monaci per l'evangelizzazione della Germania.

Questo papa-monaco ha fatto di Benedetto da Norcia, patriarca riconosciuto universalmente del monachesimo latino, il ritratto più convincente, proponendolo come icona archetipa del monaco occidentale.

A proposito di un particolare modo di essere monaco che fu proprio di Benedetto il papa di Roma scrive fra l’altro:

Andando altrove il santo mutò luogo ma non avversario. In seguito dovette sostenere infatti battaglie ancora più dure, perché si trovò ad affrontare in campo aperto lo stesso maestro del male in persona. La rocca chiamata Cassino è situata sul fianco di un monte elevato. Essa accoglie il paese come in un’ampia insenatura; poi salendo ancora per circa tre miglia, sembra protendere la sua cima fino al cielo. Lassù c’era un antichissimo tempio in cui, secondo l’inveterata consuetudine dei pagani, la massa ignorante dei contadini rendeva culto ad Apollo. Tutt’intorno crescevano boschi consacrati al culto dei demoni; e ancora in quel tempo una stolta folla di infedeli si affannava per offrire numerosi empi sacrifici.

Appena vi giunse, l’uomo di Dio spezzò l’idolo, rovesciò l’altare, tagliò i boschi. Proprio dove si ergeva il tempio di Apollo costruì un oratorio dedicato a S.Martino; e dov’era l’ara di Apollo, una cappella in onore di S.Giovanni. Inoltre con un’assidua predicazione attirava alla fede tutta la popolazione che abitava nei dintorni ( Libro II dei Dialoghi, cap.VIII, 10-11. Traduzione in S.Benedetto un maestro di tutti i tempi (Dialoghi e Regola), Ediz. Messaggero Padova/Praglia 1981, pp.72-73).

Che il monachesimo fosse per Gregorio Magno parte integrante delle strutture della Chiesa è cosa ammessa ormai da tutti: “Gregorio vuole monasteri dappertutto” constatava per esempio Vincenzo Recchia (in <Opere di Gregorio Magno> V/1, Lettere (I-III), ed. Città Nuova 1996, pp. 86-87). Ma non tutti fermano sufficientemente l’attenzione sulla nota “missionaria” che Gregorio riconobbe, e in parte impresse, al monachesimo cristiano. Già il modo con cui l’abbiamo ascoltato proporre il modello Benedetto ai monaci di Occidente ci obbligherebbe a porre maggiore attenzione a questo fatto.

Ma l’evento più eclatante fu senza dubbio l’invio dei suoi monaci celimontani nella lontana Britannia ridiventata barbara e pagana.

Beda il venerabile riconduce questa inizativa di papa Gregorio all’ispirazione divina. Scrive infatti nella sua Storia ecclesiastica degli Angli: “Per ispirazione divina, nell’anno quattordicesimo del regno di Maurizio (Imperatore a Bisanzio), circa quarant’anni dopo che in Britannia erano arrivati gli Angli, mandò Agostino, servo di Dio, a predicare il messaggio di salvezza agli Angli” (o.c., p.71). E’ probabile che, ai tempi in cui scriveva il Venerabile, vi fosse in Britannia un dibattito aperto sulla possibilità o meno di raccordare all’interno della medesima persona la tensione monastica e l’attività missionaria. Gli anni della vita di Beda (672/3-735) infatti coincidono in parte con gli anni in cui Winfrido Bonifacio (680 c.-754) provoca all’interno del monachesimo anglosassone un forte movimento missionario che sfocerà nella partenza dello stesso Winfrido, in compagnia di monaci e monache delle comunità benedettine inglesi, per evangelizzare la Germania.

La giustificazione prodotta da Beda può darsi dunque che fosse stata imposta dal dibattito contemporaneo nel monachesimo del suo tempo in Britannia. Sta di fatto però che la tradizione ha sempre accostato all’icona di Gregorio Magno il simbolo per antonomasia dell’ispirazione dello Spirito Santo - una colomba - simbolo che contribuì alla convinzione del popolo romano di riconoscere in papa Gregorio un vero e proprio “console di Dio” (<consul Dei >).

La prima conseguenza di questa certezza sulla <ispirazione divina> che aveva suggerito l’invio dei monaci celimontani in Britannia, fu l’impegno richiesto con una certa benevola severità dal papa ai monaci missionari di rimanere fermi nell’impresa alla quale il Signore stesso li aveva destinati.

Scrive a questo proposito Beda Venerabile: “In obbedienza agli ordini del Papa i monaci intrapresero quest’opera e avevano già percorso una parte del viaggio (sembra che fossero già arrivati a Lerins), quando, vinti da un terrore che li paralizzava, pensarono di tornarsene in patria piuttosto che recarsi presso della gente barbara, feroce, miscredente, della quale non conoscevano neppure la lingua. Unanimi decisero che questa era la cosa più sicura. Senza indugio rimandano in patria Agostino che per disposizione di Gregorio avrebbe dovuto essere ordinato come loro vescovo quando fossero stati accolti dagli Angli, con l’incarico di supplicare umilmente il papa di non costringerli ad affrontare un viaggio tanto pericoloso, faticoso e incerto” (o.c., pp.71-72).

Rispose Gregorio: “Sarebbe stato meglio non iniziare una buona opera piuttosto che pensare di tornare indietro dopo averla intrapresa; perciò è necessario, o figli dilettissimi, che col massimo impegno portiate a compimento l’opera buona che avete intrapreso”...Poi proseguiva: “Dio onnipotente vi protegga con la sua grazia e conceda a me di vedere il frutto del vostro lavoro nella patria eterna. Così, sebbene non possa partecipare alla vostra fatica, godrò insieme con voi della retribuzione, poiché desidererei parteciparvi. Dio vi conservi sani e salvi” ( o.c.,p.72).

L’obbedienza ad Agostino, a sua volta obbediente al papa il quale si era reso docile all’ispirazione divina, sarebbe stato, pensava Gregorio, sostegno resistentissimo per le situazioni più dure.

Al suo arrivo in Britannia, dove “approdò con i suoi compagni, che erano all’incirca quaranta, come tramandano, Agostino mandò a dire al re Ethelbert che egli era venuto da Roma e che portava la buona novella che prometteva, a chi l’avesse seguita, gaudio eterno in cielo e certezza di un regno che sarebbe stato senza fine con Dio vivo e vero” ( o.c.,p.74).

Non si poteva pensare a nulla di più preciso per evidenziare l’intenzionalità squisitamente evangelica dei monaci romani. E di fatto il re Ethelbert, probabilmente già preparato da sua moglie Berta, cristiana cattolica franca, “ordinò ad Agostino e compagni di venire a colloquio... Quelli vennero portando come vessillo la croce d’argento e l’immagine del Salvatore raffigurata su una tavola: cantando litanie e supplicando il Signore per la salvezza eterna loro e di quelli per i quali e presso i quali erano venuti. Fermatisi per ordine del re, predicarono la parola di vita... Raccontano anche - prosegue il venerabile Beda - che Agostino e i suoi si avvicinarono alla città, secondo il loro costume, con la croce santa e l’immagine di nostro Signore Gesù Cristo, nostro re, cantando all’unisono questa litania: <Ti preghiamo Signore, di allontanare per la tua misericordia, il furore e l’ira da questa città e dalla tua santa casa, poiché abbiamo peccato. Alleluia>” (o.c.,p.75).

La nuova Gerico, analoga alla città temutissima conquistata dall’antico Giosué e dagli Israeliti, cadde così nelle mani di Agostino e dei suoi monaci cedendo non alla forza delle armi dialettiche, ma al vessillo invincibile della croce e dell’immagine del Salvatore invocato all’unisono dalle litanie e dai canti dei nuovi sacerdoti di Cristo.

I monaci romani raccolgono dunque le loro primizie nella terra degli Angli proseguendo semplicemente a vivere ciò che costituiva il cuore stesso della loro vita monastica: la celebrazione liturgica della croce del Salvatore <in cui è la salvezza, la vita e la resurrezione nostra>, espressione altissima dell’unità dei cuori che dovrebbe caratterizzare una comunità monastica.

Né si ferma a queste semplici indicazioni il racconto del venerabile Beda che anzi prosegue nel ricondurre l’implantatio Ecclesiae in gentibus Anglorum, portata avanti dai monaci romani, all’icona che offriva di se stessa la chiesa apostolica descritta da Luca nelle pagine degli Atti degli Apostoli riconosciuta fin dalla redazione delle Collationes di Giovanni Cassiano prototipo per eccellenza della comunità monastica cristiana.

Scrive infatti lo storico della Chiesa inglese: “Appena ebbero messo piede nella sede loro concessa, cominciarono a imitare la vita apostolica della Chiesa primitiva; si consacravano a preghiere continue, veglie, digiuni, predicavano le parole di vita a quelli che potevano, disprezzavano tutte le cose di questo mondo come estranee; da quelli ai quali insegnavano prendevano solo quel poco che reputavano necessario al loro sostentamento; essi stessi vivevano seguendo in tutto quei precetti che insegnavano agli altri, con l’animo sempre pronto a sopportare qualsiasi avversità, e anche a morire per la verità che predicavano... Essi dunque cominciarono inizialmente a radunarsi in questa chiesa, a cantare, a pregare, a celebrare l’eucarestia, a predicare, e a battezzare” (o.c., p.76).

Cantare, pregare, celebrare l’eucarestia, predicare e battezzare sono attività che il venerabile Beda non vede affatto in contraddizione con le continue veglie e i digiuni che costituiscono da sempre caratteristica determinante di ogni comunità che si definisca monastica, quando venga accompagnata da <disprezzo per tutte le cose di questo mondo ritenute estranee> e dalla coerenza dell’insegnamento con lo stile concreto della vita <prendendo solo quel poco che reputavano necessario al loro sostentamento>.

Che questo modo particolare di intendere la vita missionaria dipendesse strettamente dall’insegnamento che i monaci romani avevano ricevuto direttamente da papa Gregorio nel loro monastero celimontano, lo si evince facilmente dal tono delle risposte che lo stesso papa Gregorio dette, intorno al 601 circa, alle richieste di Agostino di ritorno in Britannia dopo aver ricevuto la consacrazione episcopale ad Arles .

L’insieme delle domande di Agostino e delle risposte di Gregorio forma in realtà quel <Libellus responsionum > che costituisce una documentazione preziosissima sul metodo missionario così come esso era stato inteso da Gregorio Magno.

Di questo intendiamo adesso parlare in tre momenti successivi:

Primo presentando la bibliografia essenziale;

secondo riferendo in sintesi alcuni commenti già proposti da altri in questi ultimi anni;

terzo leggendo insieme i brani più significativi delle fonti accompagnate da alcune osservazioni conclusive .

 

Padre Innocenzo Gargano

igargan@tiscalinet.it

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venerdì, agosto 05, 2022

RACCONTI di: Papa Gregorio Magno - La sua vita. Le sue intuizioni. La sua eredità

Premessa

La domanda che già alla metà degli anni 50 (cfr. <Camaldoli> 43 (1955) 135-146) ci si faceva all’interno delle congregazioni monastiche sulla eventuale caratteristica ‘missionaria’ del monachesimo cristiano, ha proseguito a interessare i monaci cattolici, e i benedettini in particolare, lungo tutto il pontificato di Pio XII e ha ricevuto un impulso del tutto impensato soprattutto dopo il Concilio Vaticano II. Negli ultimi decenni abbiamo assistito infatti ad una vera e propria esplosione di presenze monastiche in territori che una volta si definivano ‘paesi di missione’, né sono mancate, come spesso accade in questi casi, testimonianze drammatiche di martirio cruento. I sette monaci trappisti trucidati recentemente in Algeria ne sono la conferma più impressionante.

Nulla obstat dunque ad una presenza testimoniale monastica caratterizzata in senso esplicitamente missionario. Né potrebbe essere altrimenti dal momento che la Chiesa stessa non può fare a meno di definirsi appunto missionaria essendo nata grazie al dono dello Spirito e all’incarico ricevuto da Gesù Risorto:Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti, 1, 8).

Non è in discussione allora la natura squisitamente ‘missionaria’ di un monachesimo come il nostro che, nonostante utilizzi l’attributo “cristiano” appunto come attributo, lo trasforma di fatto in fondamento sul quale la caratterizzazione monastica, attinta a modi di essere e di fare provenienti da altre latitudini religiose e culturali, trova la sua ragion d’essere profonda e la sua giustificazione ultima nell’essere parte integrante della Ecclesìa Theou del Nuovo Testamento.

Se i secoli successivi all’età apostolica - scriveva una monaca degli anni cinquanta che amava definirsi missionaria - sono quelli delle più grandi conquiste missionarie, la parte che in tali conquiste spetta al monachesimo appare semplicemente colossale".

I monaci, i rinunzianti, i solitari, ridonano centuplicato alla cristianità quello che sembrano averle tolto.

Le loro <Vitae Patrum> sono purtroppo un lembo di storia considerato più o meno leggendario di cui non conosciamo sufficientemente né la psicologia, né la teologia, né l’influenza derivatane. Ma bisognerebbe proprio sulle <Vitae Patrum> analizzare l’actio e la functio apostolatus in uomini come Antonio d’Egitto, Ilarione di Palestina, Simone di Cilicia e altri, che personificarono il monachesimo più avulso da una professione di apostolato. Vedere come la loro tipica virtù sociale, l’ospitalità, portata a vastità ed a finezze di sorprendente bellezza, li tenesse in continua disposizione prossima al contatto missionario; vedere come il loro apostolato, la partecipazione non professionale ma occasionale all’opera di conversione degli uomini al Cristo, di difesa e di conservazione della fede, fosse un prodotto spontaneo del loro profondissimo senso ecclesiale. I rinunzianti non sono a servizio esclusivo dell’anima propria: servono la Chiesa. Antonio piange sugli eretici; discute coi filosofanti; dà man forte ad Atanasio; incita i perseguitati di Alessandria a resistere e porta nella sinassi ai fratelli il dono di un volto che era il più sereno.

Ilarione di Gaza in Palestina, sia pure nella proposta romanticizzata di Gerolamo che comunque è da annoverare fra gli ideologi più influenti del monachesimo cristiano fin dalle origini, fa il Battista, predica ai pagani della Filistea, combatte gli idolatri e i loro templi, converte gli arabi, e intorno a lui, gigante della penitenza missionaria, i discepoli si stringono a migliaia.

Simeone di Cilicia vive per trent’anni sulla famosa colonna: la stele gli fa da cattedra. Per trent’anni da lassù evangelizza i passanti.

Tale monachesimo fu ‘missionario’ senza esserselo proposto: pacificamente; lo fu a prezzo di rischi e di sangue talvolta, lo fu con l’influenza del suo pensiero al quale si riannoda la teologia della chiesa; lo fu in virtù delle macerazioni e delle elevazioni con le quali voleva ottenere non qualsiasi altro successo, ma la puritas cordis.

E’ troppo noto, per citarlo, ciò che poté su tutto l’Oriente e l’Occidente la vita di Antonio. Nel suo percorso attraverso il mondo un Agostino di Ippona sarebbe stato catechizzato da essa in modo irresistibile e spinto da essa verso l’ultima tappa della salvezza: il grande pianto nell’orto milanese (Confessioni, lib.VIII,, cap.VI)...

A mano a mano che il monachesimo si organizza, anche la sua vita missionaria prende aspetto collettivo, di gruppo. Esempi tipici: il gruppo di Agostino diretto dall’Italia all’Inghilterra; il gruppo di Bonifacio che punta dall’Inghilterra verso la Germania: monaci a due, a tre, a cinque, si spingono come sentinelle avanzate verso il nord dell’Europoa, in tutte le direzioni: monaci singoli che, anziché attendere i passanti sotto la propria stele, vanno per incarico della Chiesa a forzare cortine di ferro nei secoli di ferro, e ne bagnano col sangue le soglie. Esempio tipico nel secolo XI i cinque fratelli, cinque discepoli di San Romualdo fondatore di Camaldoli, martirizzati in Polonia e Bruno di Querfurt in Prussia” (Maria Giovanna Dore, Il monachesimo è missionario?, <Camaldoli> 43 (1955)135-139 passim).

“Col farsi avanti delle corporazioni religiose specificamente ‘missionarie’ il monachesimo sembrò quasi rimanere indietro, ai tempi andati, e ristagnare, fuori dei movimenti apostolici che dal secolo XIV a oggi sono venuti a rallegrare col loro impeto la città di Dio.

I motivi del fenomeno storico per cui il monachesimo sembrò ‘immobilizzarsi’ nelle sue retrovie, cedendo il passo ai nuovi pionieri, sono di una complessità che una indagine affrettata non giungerebbe neppure a sfiorare...” (ivi).

Se però apriamo la Regula Monachorum, dove l’esigenza ‘missionaria’ viene interpretata all’interno della comunità stessa dei monaci, notiamo quale posizione debba assumere il monaco nella sua intimità nei confronti degli altri uomini e come, di conseguenza debba agire nella ‘officina’ del monastero con ‘gli strumenti delle buone opere’ per ottenere i prodotti squisiti dell’ ‘arte spirituale’.

“E’ una posizione di amore tale da condurre al servizio di cui l’amore porta i germi nel suo segreto: Honorare omnes homines e, quando essi si fanno vicini e bussano: Christus in eis adoretur qui et suscipitur. Nei confronti della loro povertà, dolore, tribolazione, infermità, morte: pauperes recreare, dolentem consolari, in tribulatione subvenire, mortuum sepelire, infirmum visitare.

Così deve sentire e fare il monaco: ma da ciò non deriva alcuna impresa programmatica della comunità monastica”, concludeva in quegli anni la Madre Dore che poi proseguiva: “Benedetto fugge gli uomini prima che essi lo cerchino, si sprofonda nella spelonca sublacense, per habitare secum. Il bisogno che gli uomini hanno di essere catechizzati da lui dovrà raggiungerlo là, toccarlo, come una mano vuota che si protende a ricevere. Soltanto allora, sotto quel tocco non voluto, del tutto occasionale, Benedetto apre la sua mano e versa su quella dei fratelli la carità raccolta per loro nella lontananza da loro. Evangelizza” (ivi).

(CONTINUA PROSSIMAMENTE)

Padre Innocenzo Gargano

igargan@tiscalinet.it

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venerdì, luglio 22, 2022

Italia, Zuppi: per il governo è l'ora dei doveri e delle responsabilità

@ - Dichiarazione del cardinale presidente della Cei sulla situazione sociale e politica nel Paese: "Garantire risposte serie, non ideologiche o ingannevoli. Affrancare la politica da tatticismi ormai incomprensibili e rischiosi per tutti”.

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, 
presidente della Conferenza episcopale italiana

Pensare alla sofferenza delle persone e garantire risposte serie, non ideologiche o ingannevoli che indichino anche, se necessario, sacrifici, ma diano sicurezza e motivi di speranza”. È quanto afferma il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, intervenendo sulla situazione politica e sociale in Italia dopo la crisi di governo. In questo momentocosì decisivo e pieno di rischiper il Paese ma anche per l’intera Europa, il porporato in una dichiarazione ufficiale afferma:Si presenta inevitabile l'ora dei doveri e delle responsabilità per cui la politica dovrà trovare il più virtuoso punto d'incontro tra ciò che è buono e ciò che è realmente possibile perché le risorse esistenti non vadano sprecate ma collocate al servizio del bene comune e dell'intera popolazione”.

Tatticismi incomprensibili e rischiosi
Il fondamentale confronto politico non deve mancare di rispetto e deve essere improntato alla conoscenza dei problemi, a visioni comuni senza furbizie, con passione per la cosa pubblica e senza agonismi approssimativi che tendono solo a piccoli posizionamenti personalistici e non a risolvere le questioni”, scrive Zuppi. Che rinnova un “forte appello alla responsabilità individuale e collettiva per affrontare la prossima scadenza elettorale”. Allo stesso tempo, il cardinale chiede di mettere da parte interessi personali o individuali”, in modo da “affrancare la politica da tatticismi ormai, peraltro, incomprensibili e rischiosi per tutti”.

La "lezione" delle pandemie
La crisi, secondo il presidente Cei, va vissuta piuttosto comeuna grande opportunità per ritrovare quello che unisce, per rafforzare il senso di una comunità di destino e la passione per rendere il nostro Paese e il mondo migliori”. “Le pandemie ci hanno reso tutti consapevoli della vulnerabilità, di come può essere messo in discussione quello che appariva sicuro, come tragicamente vediamo con la guerra e le sue pericolose conseguenze internazionali”. “Dal dopoguerra – ricorda il porporato - non abbiamo mai vissuto una congiuntura così complessa, a causa dell’inflazione e delle diseguaglianze in aumento, del debito pubblico che ha raggiunto una dimensione enorme, del ritorno a un confronto tra blocchi che assorbe enormi energie e impedisce lo sviluppo, dell’emergenza climatica e ambientale, della difficoltà del mondo del lavoro con la condanna al precariato con il suo carico di fluidità”. Il pensiero è per le tante situazioni di fragilità emerse con la pandemia del Covid: anziani non autosufficienti, disabili, malati psichici, “tanta e atroce solitudine”. Tutte situazioni cherichiedono una protezione della persona efficace che solo uno straordinario impegno può permettere”.

Amore politico
Insomma, serve quello che Papa Francesco chiama “amore politico”: “Non possiamo costruire il futuro delle prossime generazioni avendo come unico orizzonte il presente, perché gli interessi di corto respiro diventano inevitabilmente interessi di parte, individuali”, afferma il presidente dei vescovi italiani. E cita il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando ha affermato che “occorre un ‘contributo costruttivo’ da parte di tutti, specialmente di chi sceglie di impegnarsi nella vita politica”.

Una preghiera speciale per l’Italia il 4 ottobre
Da qui l’annuncio che il prossimo 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, la Conferenza episcopale italiana è stata invitata a compiere il gesto dell’offerta dell’olio per la lampada votiva sulla tomba del Santo. “Sarà un momento di gratitudine per quanti stanno aiutando il popolo italiano a far fronte agli effetti della pandemia”, assicura Zuppi. “Sarà anche occasione per una preghiera speciale per l’Italia e per la pace”.

giovedì, luglio 07, 2022

Papa Francesco, l’annuncio: per la prima volta nella storia vaticana due donne vaglieranno le nomine dei nuovi vescovi

@ - Parola del Pontefice durante l’intervista rilasciata al vaticanista dell’agenzia Reuters, Philip Pullella. Da quanto apprende ilfattoquotidiano.it, le donne che faranno parte della plenaria dell’organismo e valuteranno le ponenze dei candidati all’episcopato sono due suore che affiancheranno numerosi ecclesiastici.


Due donne vaglieranno le nomine dei nuovi vescovi. Lo ha annunciato Papa Francesco nell’intervista rilasciata al vaticanista dell’agenzia Reuters, Philip Pullella, nella quale ha anche smentito di pensare alle dimissioni, di avere un cancro, ribadendo la sua volontà di andare in Russia e Ucraina per sancire la pace tra i due Paesi in guerra. Sul ruolo delle donne nella Curia romana, Bergoglio ha spiegato: “Io sono aperto che si dia l’occasione. Adesso il Governatorato ha una vicegovernatrice… Adesso, nel Dicastero per i vescovi, nella commissione per eleggere i vescovi, andranno due donne per la prima volta. Un po’ si apre in questo modo”. Da quanto apprende ilfattoquotidiano.it, le donne che il Papa ha deciso di nominare membri del Dicastero per i vescovi, e che quindi faranno parte della plenaria dell’organismo e valuteranno le ponenze dei candidati all’episcopato, sono due suore che affiancheranno numerosi ecclesiastici.

Francesco ha aggiunto che per il futuro vede possibile la designazione di laici alla guida di dicasteri quali quello per i laici, la famiglia e la vita, quello per la cultura e l’educazione o alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Ciò è previsto nella nuova costituzione apostolica sulla Curia romana, Praedicate Evangelium, emanata da Bergoglio dopo nove anni di lavoro ed entrata in vigore il 5 giugno 2022. Recentemente, il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, ha scherzato sul fatto che, con la promulgazione della nuova costituzione, lui potrebbe essere l’ultimo ecclesiastico a guidare quell’organismo. Sono numerose le donne nominate dal Papa in ruoli apicali della Curia romana: da Emilce Cuda, segretaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, a suor Raffaella Petrini, segretaria del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, a suor Alessandra Smerilli, segretaria del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, a Francesca Di Giovanni, sottosegretaria per il settore multilaterale della Sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, a suor Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo dei vescovi, a Nataša Govekar, direttrice della Direzione teologico-pastorale del Dicastero per la comunicazione, a Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, e Cristiane Murray, vicedirettrice della Sala Stampa della Santa Sede.

Nell’intervista, Francesco ha inoltre affermato che l’Accordo provvisorio della Santa Sede con la Repubblica Popolare Cinese va bene e spera che possa essere rinnovato per la terza volta nell’ottobre 2022. In questo modo, è stata sanata la situazione della Chiesa cattolica in Cina riportando nella piena comunione con Roma i vescovi nominati senza il mandato papale. L’accordo, che prevede un percorso condiviso per arrivare alla scelta dei nuovi presuli, lascia al Papa l’ultima parola. “Chi porta avanti questo accordo – ha spiegato Bergoglio – è il cardinale Pietro Parolin che è il migliore diplomatico della Santa Sede, un uomo di alto livello diplomatico. E lui sa muoversi, è un uomo di dialogo, e dialoga con le autorità cinesi. Credo che la commissione che lui presiede ha fatto di tutto per portare avanti e cercare una via di uscita e l’hanno trovata”.

Francesco ha aggiunto: “Molti hanno detto tante cose contro san Giovanni XXIII, contro san Paolo VI, contro il cardinale Agostino Casaroli, ma la diplomazia è così. Davanti a una situazione chiusa bisogna cercare la strada possibile, non ideale, la diplomazia è l’arte del possibile e fare che il possibile divenga reale. La Santa Sede ha sempre avuto questi uomini grandi. Ma questo con la Cina lo porta avanti Parolin, che in questo punto è un grande”. E ancora: Si va lentamente, ma dei vescovi sono stati nominati. Si va lento, come dico io, alla cinese, perché i cinesi hanno quel senso del tempo che nessuno li affretta. Anche loro hanno dei problemi, perché non è la stessa situazione in ogni regione del Paese. Perché anche il modo di tenere i rapporti con la Chiesa cattolica dipende dai governanti, ce ne sono diversi. Ma l’accordo va bene e mi auguro che a ottobre si possa rinnovare.

martedì, giugno 21, 2022

Cei Zuppi ai maturandi: “Aiutateci a migliorare il mondo”

@Le parole del Presidente Cei Zuppi ai maturandi: “Aiutateci a migliorare il mondo, non c’è tempo da perdere”.

Risuonano veraci e forti, le parole del monsignore Matteo Maria Zuppi, nominato presidente della Conferenza Episcopale Italiana, da Papa Francesco, a fine Maggio.


Il monsignore ha deciso di rivolgere un pensiero ai giovani maturandi, affidandosi ai microfoni di Fanpae.it:Dopo due anni indubbiamente difficili, credo che questi esami siano una prova che ci aiuta a misurare la nostra capacità di superare le difficoltà. Purtroppo, talvolta abbiamo vissuto una caricatura della vita per cui tutto debba andare sempre bene, ma poi ci siamo accorti che non è così. Avete dovuto affrontare tanto isolamento e tanta distanza. E gli esami ci aiutano ad affrontarle, le prove. A non evitarle, a non cercare la furbata, a prepararsi e soprattutto a guardare il futuro, nel quale crediamo tanto. Prepariamolo. C’è in generale, o ci dovrebbe essere, un piano di ricostruzione, poi c’è quello personale di ognuno di noi: scommetteteci, portatelo avanti e aiutate a rendere migliore questo mondo che, come si vede, di pandemie ce ne ha parecchie e ha tanto bisogno di persone che aiutano il bene di tutti con la propria competenza e con il proprio servizio”.

Un uomo di chiesa
Zuppi appartiene alla classe 1955, è stato arcivescovo di Bologna dal 2015 e poi cardinale dal 2019. Zuppi oggi si fregia del titolo pertinente ad uno dei più illustri uomini di chiesa italiani.

I ricordi di Zuppi, sulla sua maturità:Grossi tornei di ping pong. Ricordo ovviamente l’apprensione, la stanchezza, ma anche la sfida. Fu una preparazione collettiva coi miei compagni di classe, con appunto qualche momento non propriamente accademico, diciamo così, ma anche con molta serietà”.

mercoledì, giugno 15, 2022

Il Papa: non sono con Putin ma la Nato ha provocato la Russia

@ - Rivelazioni inedite di Papa Francesco in una conversazione con i gesuiti: ecco i passaggi più importanti


Putin, la Nato, il patriarca Kirill: Papa Francesco rivela alcuni particolari inediti sulla guerra in Ucraina in una conversazione con i direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù, raccolti in udienza presso la Biblioteca privata del Palazzo Apostolico. Tra loro, padre Antonio Spadaro, responsabile de La Civiltà Cattolica.

La “rivelazione” di un Capo di stato
Il Papa, dialogando con Spadaro, ha detto che «prima della guerra in Ucraina, un importante capo di Stato mi ha detto che l’Alleanza Atlantica sapeva di provocare Putin».

“I russi sono imperiali”
Questo capo di Stato ha riferito a Papa Francesco che «stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro (…). La situazione potrebbe portare alla guerra». E così è stato, poichè dal 24 febbraio è in corso il conflitto tra Russia e Ucraina.

“Il pericolo è che vediamo solo questo”
Il pontefice sostiene che «quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra portata avanti, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E l’interesse di testare e vendere armi. E’ molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco».

Perchè è sbagliato dire che il Papa difende Putin
Papa Francesco poi precisa: «Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra buoni e cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli».

“Un popolo coraggioso”
Il pontefice sottolinea il coraggio del popolo ucraino. «I russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta».

Con Kirill “incontro rinviato”
Con il patriarca ortodosso Kirill, Papa Francesco ha, infine, evidenziato che non c’è una rottura. Dopo la prima conversazione che hanno avuto, hanno deciso di comune accordo di rinviare più avanti il loro incontro «in modo che il nostro dialogo non venisse frainteso. Spero di incontrarlo all’assemblea in Kazakistan, a settembre».








domenica, maggio 29, 2022

Le cinque vie di San Tommaso: cosa sono?

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San Tommaso d’Aquino, come d’altronde tutta la filosofia medioevale, è convinto che la ragione umana non solo può cogliere l’esistenza di Dio, ma può anche dimostrarla.

Rifacendosi prevalentemente ad Aristotele, san Tommaso utilizza il cosiddetto procedimento "aposteriori", ovvero risalire dagli effetti alle cause, per poi arrivare alla Causa Prima, cioè la Causa Incausata, la Causa da cui deriva tutto, ma che non scaturisce da nulla.

Tommaso individua cinque prove aposteriori, che egli chiama "vie".Le cinque vie di San Tommaso sono:
1. via del movimento;
2. via del rapporto tra effetto e causa;
3. via del rapporto tra contingente e necessario;
4. via dei gradi di perfezione;
5. via dell’ordinamento finalistico.


Buona lettura!

Le cinque vie di San Tommaso: cosa sono?

San Tommaso d’Aquino, come d’altronde tutta la filosofia medioevale, è convinto che la ragione umana non solo può cogliere l’esistenza di Dio, ma può anche dimostrarla.

Rifacendosi prevalentemente ad Aristotele, san Tommaso utilizza il cosiddetto procedimento “aposteriori”, ovvero risalire dagli effetti alle cause, per poi arrivare alla Causa Prima, cioè la Causa Incausata, la Causa da cui deriva tutto, ma che non scaturisce da nulla.

Tommaso individua cinque prove aposteriori, che egli chiama “vie”.

Le cinque vie di San Tommaso sono:
  1. via del movimento;
  2. via del rapporto tra effetto e causa;
  3. via del rapporto tra contingente e necessario;
  4. via dei gradi di perfezione;
  5. via dell’ordinamento finalistico.

Via del movimento
Tommaso così argomenta: nell’universo è evidente l’esistenza del movimento, cioè del divenire. Non può però esistere alcun movimento senza cause che lo producano.
Sarebbe illogico se si volesse procedere all’infinito nella successione tra effetti e cause. Sarebbe come se (ovviamente questo esempio vale per noi e non per i tempi di Tommaso) si pretendesse un treno formato da infiniti vagoni senza che vi fosse a capo un locomotore. Sarebbe appunto un assurdo perché i vagoni giustificano la trasmissione del movimento, non l’esistenza dal nulla di esso, che invece può essere giustificato solo da una motrice che traina senza essere trainata. Dunque, occorre una Causa Prima che causa senza essere a sua volta causata.

San Tommaso così dice nella Summa: “É cosa certa ed evidente ai nostri sensi che in questo mondo le cose si muovono. Ovviamente ciò che si muove è mosso da una forza esterna. Però, se anche il motore si muove, anch’esso per necessità deve essere mosso da un altro motore; e questo da un altro ancora. Ora, non è concesso procedere così all’infinito; perché allora non ci sarebbe un primo motore, né, pertanto, alcun altro motore: evidentemente i secondi motori non muovono se non sono mossi dal primo motore; il bastone si muove se è mosso dalla mano. É dunque necessario giungere ad un motore primo non mosso da altri. Nel motore primo tutti riconoscono Dio.“

Le cinque “vie” di San Tommaso: la via del rapporto tra effetto e causa
San Tommaso dice che ogni cosa dipende da un’altra, nel senso che è effetto di una causa. Tale causa è a sua volta effetto di un’altra causa ancora. Ovviamente, anche in questo caso, non si può procedere all’infinito, ma bisogna riconoscere una causa prima incausata. Questa causa incausata è Dio.
San Tommaso scrive nella Summa: “La seconda via deriva dalla nozione di causa efficiente. Nell’ordine delle cause efficienti non si può procedere all’infinito. É perciò necessario porre una causa efficiente prima, che tutti chiamano Dio.“

Via del rapporto tra contingente e necessario
San Tommaso dice che tutto ciò che esiste in questo mondo è contingente, cioè esiste ma sarebbe potuto anche non esistere. Ciò perché tutto ciò che esiste ha avuto bisogno di una causa per esistere. Per esempio, una statua esiste perché c’è stato uno scultore che l’ha voluta scolpire. Se questi non l’avesse voluta, la statua non sarebbe esistita.
La contingenza delle cose implica un essere necessario che è all’inizio di tutto e questo essere necessario è Dio. L’essere necessario potrebbe non esistere, se non vi fossero gli esseri contingenti. Ma dal momento che gli esseri contingenti esistono, l’essere necessario deve necessariamente esistere.
Dio potrebbe non esistere, se non vi fosse il creato. Ma se il creato esiste, Dio non può non esistere.
Così come lo scultore dell’esempio. Questo potrebbe non esistere se non vi fosse la statua; ma dal momento che la statua esiste, lo scultore non può non esistere. In questo caso lo scultore è un essere necessario solo in relazione alla statua, ma non in assoluto perché anch’egli è contingente rispetto al vivere. Dio, invece, è l’essere necessario per sé.
Scrive San Tommaso nella Summa: Esistono cose che possono essere e non essere (). Occorre ammettere un ente necessario. Bisogna ammettere un essere per sé necessario (…) il quale non abbia da altri la causa della sua necessità e sia invece la causa della necessità altrui. Questo ente necessario tutti chiamano Dio.

Le cinque “vie” di San Tommaso: la via dei gradi di perfezione
San Tommaso dice che osservando la natura ci si accorge che i vari enti posseggono una maggiore o minore perfezione. Da dove deriva questa perfezione? É necessario che esista un Essere assolutamente perfetto che “partecipa” ai vari enti la sua perfezione in diverso grado e che può essere considerato come termine di confronto.

Scrive San Tommaso nella Summa: Nelle cose vi sono gradi maggiori o minori di bene (…). Ma il più e il meno di dicono di cose differenti, secondo che (…) si avvicinano a ciò che è massimo (…). Vi è dunque ciò che è supremamente vero, ottimo, supremamente nobile, e, per conseguenza, Essere Supremo (…) noi lo chiamiamo Dio.“

Via dell’ordinamento finalistico
San Tommaso dice che nella natura non si può negare il finalismo. Ovvero che esiste un ordine delle cose, per cui queste sono fatte per raggiungere un ben preciso fine. Ordine significa indirizzare una cosa al suo giusto fine. Dunque, l’ordine esige un’intelligenza. Le cose, però, non esprimono un’intelligenza intrinseca. Dunque, questa deve essere al di fuori della natura. Si tratta dell’Intelligenza ordinatrice di Dio.

Scrive San Tommaso nella Summa: “Vediamo che gli esseri privi di pensiero, come i corpi naturali, agiscono secondo un fine. (…). Ora, le cose prive di pensiero non possono tendere ad un fine se non sono dirette da un altro essere dotato d’intelligenza. C’è allora un essere intelligente, da cui tutte le cose della natura sono ordinate ad un fine. Questo essere diciamo Dio.“