Parco Archeologico Religioso CELio

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martedì, febbraio 13, 2024

Il Papa e quel «ricordatevi di pregare per me». Ma come si deve pregare?

@ - «Ricordatevi di pregare per me». Questa è la frase che papa Francesco ha ripetuto più spesso nel corso del suo papato. Alla fine di ogni udienza, di ogni Angelus, di ogni intervista privata, di ogni incontro con una sola persona o con una moltitudine di fedeli, lo abbiamo sentito ripetere insistentemente: «Ricordatevi di pregare per me».

Il Papa e quel «ricordatevi di pregare per me». Ma come si deve pregare?
© Fornito da Avvenire
Perché tanta insistenza? A dire il vero, la domanda si potrebbe porre in un altro modo: che cosa pretende il Papa con questa richiesta? Allo stesso tempo ci vengono in mente molte altre domande che probabilmente ci siamo posti nel corso della vita a proposito della preghiera: che cosa significa pregare? Come si deve pregare? Non si tratta di una perdita di tempo, in cui ripeto a pappagallo frasi che non cambiano niente? Il momento della preghiera non è un momento destinato alla noia?

Potremmo aggiungere altre domande o altre esperienze, più o meno positive. Ciò che è indubbio è che il Papa ci ripete: «Ricordatevi di pregare per me». Tuttavia, non ci dice di pregare soltanto per lui, insiste perché preghiamo anche per il mondo, per la pace, per coloro che soffrono, per noi e il nostro ambiente, per le nostre famiglie e per coloro che ci fanno soffrire, per il nostro lavoro, la nostra salute… Il Papa non pretende di appropriarsi della nostra preghiera. Ci invita a pregare per lui, ma al contempo anche per molto altro.

Le pagine di questo libro presentano una collezione di molti momenti nei quali papa Francesco ci parla della preghiera, ci insegna a pregare e ci lascia ascoltare la sua. Si tratta di parole che diventano una scuola di preghiera. (...) In molte occasioni Gesù ci consiglia di pregare. Ci invita a chiedere insistentemente, con fiducia e senza perderci d’animo. Affinché il suo insegnamento sulla preghiera s’imprima nella nostra memoria, si serve delle parabole, come quella dell’amico inopportuno che si presenta a un’ora insolita per chiedere un po’ di pane (Lc 11,5-8) o della vedova alla quale il giudice non vuole fare giustizia (Lc 18,1-5). Si serve delle parabole, ma non solo. Insegna anche in modo diretto quando ci dice: «Chiedete e vi sarà dato» (Mt 7,7) (...).

Non si esaurisce qui l’invito di Gesù. Esiste un’altra parabola che può completare la nostra riflessione. È quella del seminatore, che abbiamo ascoltato molte volte. (...) Dopo aver raccontato questa parabola, Gesù agisce in maniera insolita, ovvero si sofferma a spiegarne il significato. Ascoltiamo le sue parole: Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.

Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno (Mt 13,19-23).

Non si tratta, qui, di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno. Si tratta di ciò che siamo o di come siamo. E anche questo fa parte della preghiera. Vediamo più nel dettaglio quello che Gesù dice. La Parola di Dio è seminata nel nostro cuore, ma non sempre il nostro cuore è pronto affinché questa Parola dia frutti. Può succedere che a volte non comprendiamo questa Parola, o che ci siano degli ostacoli nelle nostre vite, dispiaceri e inquietudini che ci fanno perdere l’entusiasmo. Oppure può succedere che nella nostra vita ci siano rovi di cattive abitudini e di vizi che ci risultano molto difficili da oltrepassare.

La parabola ci dice che tutto questo fa sì che la Parola di Dio non dia frutti. Infine, se il terreno del nostro cuore è buono, accogliamo la Parola e i frutti che produciamo sono maggiori o minori, in base a quanto siamo pronti. Sappiamo che tutto questo succede nella vita. Il nostro cuore non è il terreno migliore, ma dobbiamo accontentarci di tale situazione? Non ci sarà alcuna possibilità di rimuovere quegli ostacoli, di mettere un freno alla crescita dei rovi? Non sarà possibile trasformare il nostro cuore in un terreno più fertile, in modo da non doverci accontentare del trenta per cento?

A tutte queste domande si risponde con una sola parola: la preghiera. Perché la preghiera è il respiro della nostra vita cristiana. È un dialogo con Dio e pregando, parlando con Lui, ci prepariamo affinché cambi le nostre vite. Ricordiamo ciò che i discepoli domandarono a Gesù: «“Allora, chi può essere salvato?”. Gesù li guardò e disse:Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”» (Mt 19,25-26). Pregare è prepararci a ricevere da Dio il sigillo del suo amore. Questo amore che ci rende pienamente figli, pienamente umani, pienamente liberi.

La parabola del seminatore ci ha mostrato un altro aspetto della preghiera. Non si tratta solamente di chiedere, ma anche di porci di fronte agli occhi del Signore, di lasciare che quello sguardo ci intenerisca. Noi, che eravamo fatti di terra, abbiamo bisogno di quello sguardo per non diventare duri come la pietra. E se ci siamo induriti, abbiamo bisogno che ci trasformi. Come disse una volta Gesù: «Da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3,9). Con la consapevolezza che per l’uomo è impossibile salvarsi – e che per noi soli è impossibile persino essere buoni e all’altezza della situazione –, sapendo che tutta la crescita dipende dal suo amore e dalla sua grazia, sorge un duplice sentimento: la gratitudine e l’umiltà.

A questo proposito, Gesù ci ha lasciato un’altra parabola che mette in guardia sull’atteggiamento del nostro cuore quando preghiamo: la parabola del fariseo e del pubblicano. (...) Questa parabola ci presenta due modi di pregare, quello di un uomo che si considera giusto e buono e quello di un uomo che si riconosce come peccatore. Il pubblicano, oltre a riconoscere il proprio peccato, riconosce la paternità di Dio. Il fariseo, al contrario, pare non parlare con Dio, sembra più che altro esaltare le proprie buone azioni. Si presenta a Dio affinché Egli sappia di avere un buon figlio, ma in realtà non stabilisce una relazione come figlio con suo Padre.

Sappiamo che durante la vita ci sono cose che vanno bene e cose che vanno storte, non siamo perfetti, ma proviamo a vivere nella presenza di Dio. Così come siamo, senza inganni, senza trucchi, senza maschere. Riconosciamo le pietre che impediscono la crescita della sua Parola, i cardi e le spine che la soffocano e, allo stesso tempo, riconosciamo che Dio ci ha dato molte abilità che potremmo far fruttare e che, a volte, stanno già dando frutti. Ma tutto ciò lo riconosciamo nell’umiltà dei figli, nei difetti e nelle virtù, perché, come dice san Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,7) (...).

Sappiamo per esperienza che le cose più preziose della nostra vita sono anche le più fragili: la famiglia, il matrimonio, la salute, il lavoro, la pace, la gioia. È ciò a cui dobbiamo prestare più attenzione e per questo sono gli argomenti privilegiati della nostra preghiera. La preghiera stessa è preziosa, come abbiamo già detto, perché è il respiro della nostra esistenza di cristiani, dà consistenza alla nostra umanità e guida la nostra libertà. Ciò che è più prezioso nelle nostre vite è fragile e, al tempo stesso, è ciò che viene maggiormente attaccato.

Il profeta Amos ci parla – tramite una parabola – di tre nemici. Si serve dell’immagine di tre animali selvatici e distruttori: Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; come quando entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde (Am 5,19). Sono tre nemici della nostra vita di cristiani e della nostra preghiera. Possiamo scappare dalle grinfie del leone o dell’orso e, quando pensiamo di essere al sicuro in casa, saremo nuovamente attaccati, questa volta dal serpente, che è il più astuto di tutti gli animali e striscia silenzioso nella parte più nascosta del nostro cuore.

Lasciamo che il Papa ci spieghi questa parabola profetica. Francesco ci avverte di due pericoli che sono come delle falsificazioni della preghiera. Sono forme antiche (per questo i nomi ci sembreranno strani), tuttavia compaiono sempre, come il serpente che cambia pelle, ma possiede sempre lo stesso veleno (cfr Gaudete et exsultate, 35-59).

La prima forma di falsificazione della preghiera, e della vita cristiana in generale, è ciò che il Papa chiama neo-gnosticismo, che in sostanza suggerisce di prestare attenzione allo spirito, escludendo però il resto del mondo. Si tratta della forma di preghiera che sostiene di essere “pura”: puro spirito, puro pensiero, pura contemplazione delle cose del cielo. Tuttavia, qui si dimentica che noi uomini siamo anima e corpo, che camminiamo sulla terra con una storia concreta, in compagnia di uomini concreti, in situazioni determinate e reali. Si dimentica che il Regno di Dio comincia qui sulla terra. Questo modo di affrontare la vita spirituale genera un cristianesimo disincarnato, che non si preoccupa per il prossimo. La preghiera di questa forma di vita spirituale non si preoccupa nemmeno dell’altro, non prega per gli altri. Questa preghiera è diretta a un Dio senza volto e finisce per vivere senza fratelli. (...)

Molte persone dicono di non saper pregare. In realtà, stanno dicendo di credere che la preghiera necessiti di determinate virtù o dell’uso di meccanismi che loro non possiedono. Tuttavia, la preghiera è simile al dialogo che un figlio ha con suo padre. Tutti i bambini, da quando iniziano a parlare, parlano con confidenza con i loro padri e nessuno si preoccupa di conoscere tutte le parole o le formalità del discorso.

Così è la preghiera. Un dialogo con nostro Padre, il più amorevole di tutti. E se questo non fosse abbastanza, san Paolo ci insegna: allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili (Rm 8,26).

Fiduciosi in questa promessa, dopo aver visto la ricchezza della preghiera, credo sia tempo di ascoltare papa Francesco. Sarà come sedersi a conversare con lui, che è il Papa, ma è anche un padre e un fratello maggiore, e in alcuni momenti lo ascolteremo come se fosse un nonno che racconta una storia di famiglia e le esperienze di coloro che ci hanno preceduti. Lo ascolteremo pregare per sé stesso e per il mondo. Senza dubbio, alla fine ci dirà di nuovo: «Ricordatevi di pregare per me».

Il libro / Il debutto della casa editrice cattolica Il Pellegrino
Il Pellegrino, la nuova casa editrice nata per iniziativa dalla Provincia euro-mediterranea della Compagnia di Gesù, si presenta al pubblico con il testo di papa Francesco Ricordatevi di pregare per me (pagine 228, euro 17,00). Ne anticipiamo ampi stralci dalla prefazione, scritta da padre José Luis Narvaja, gesuita, patrologo e nipote di Jorge Mario Bergoglio. Suddiviso in due parti, offre una raccolta completa delle preghiere di Francesco, insieme a riflessioni e insegnamenti su come pregare nel quotidiano. In vista del Giubileo del 2025, infatti, l’anno appena iniziato è dedicato proprio alla preghiera.

giovedì, febbraio 08, 2024

Papa Francesco: mette mano alla liturgia, «senza quella non c'è riforma». E la Chiesa rischia di ammalarsi se non si aggiorna

@ - La Chiesa è malata. Troppi eccessi, da una parte e dall'altra: c'è chi celebra la messa con riti bizzarri e fantasiosi e finisce persino per invalidare i sacramenti con formule semi inventate e chi, all'opposto, persegue un formalismo fine a se stesso, basato sulla rigidità di un estetismo liturgico che si compiace esclusivamente della forma.

Papa Francesco: mette mano alla liturgia, «senza quella non c'è riforma».
E la Chiesa rischia di ammalarsi se non si aggiorna© Ap

In mezzo c'è poi l'ipocrisia di chi rifiuta persino le benedizioni alle coppie gay mentre non fa una piega davanti a benedizioni a imprenditori che lucrano sul lavoro sfruttando le persone. Papa Francesco sono mesi che porta avanti la sua linea riformista e stamattina, durante un incontro nel Palazzo Apostolico con partecipanti della plenaria del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, torna ad affrontare una delle questioni dirimenti: «È come dire: senza riforma liturgica non c’è riforma della Chiesa» ha sintetizzato.

Francesco spiega che si può «fare una tale affermazione solo comprendendo che cos’è la liturgia in senso teologico. Una Chiesa che non sente la passione per la crescita spirituale, che non cerca di parlare in modo comprensibile agli uomini e alle donne del suo tempo, che non prova dolore per la divisione tra i cristiani, che non freme per l’ansia di annunciare Cristo alle genti, è una Chiesa malata». Gli eccessi sono deleteri e per questo il Papa ha chiesto di elaborare un piano per una formazione liturgica nei seminari e tra i parroci di tutto il mondo in modo da evitare rigidità eccessive e pomposità e creatività bizzarre e sciatte.

«Mentre prepariamo nuovi percorsi formativi per i ministri, dobbiamo contemporaneamente pensare a quelli destinati al popolo di Dio. A partire dalle assemblee che si radunano nel giorno del Signore e nelle feste dell’anno liturgico: esse costituiscono la prima concreta opportunità di formazione liturgica. E così pure possono esserlo altri momenti in cui la gente maggiormente partecipa alle celebrazioni». Per Papa Francesco la riforma liturgica che ha introdotto il Vaticano II resta irreversibile.

Sullo sfondo di questo cambiamento resta ben visibile la decisione del Papa di ridurre al minimo la messa in latino che non si potrà più celebrare salvo disposizioni straordinarie autorizzate dal vescovo. Un passaggio che non è stato immune da critiche aspre da parte del mondo più conservatore che non si aspettava una stretta tanto drastica dopo l'attenzione di Benedetto XVI volta a normalizzare quel settore. Con il Motu proprio "Traditionis custodes", che aggiorna le norme a suo tempo stabilite da Benedetto XVI ha dato al vescovo il potere di autorizzare l'uso del Messale precedente alla riforma liturgica del 1970, il divieto di erigere nuove parrocchie personali per questo scopo, l'indicazione di scegliere chiese non parrocchiali per queste celebrazioni, la designazione di un sacerdote, esperto nel "vecchio" Messale e fornito di una buona conoscenza del latino, per la cura pastorale di questi gruppi e il divieto di costituirne di nuovi. Inoltre le letture devono essere fatte nelle lingue moderne, quindi non in latino. Di fatto la messa in latino (celebrata con il sacerdote di spalle) non è abolita ma ridotta al minimo.

In mattinata, ad un nutrito gruppo di sacerdoti arrivati a Roma per un convegno, a proposito di sacramenti, il Papa ha chiesto loro di «perdonate sempre». Ricordando che quando la gente viene a confessarsi, «viene a chiedere il perdono e non a sentire una lezione di teologia o delle penitenze. Siate misericordiosi, per favore. ».

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lunedì, febbraio 05, 2024

Uscire dalla nevrosi ecclesiogena: raccontiamo la Chiesa com'è

 @ - Con la guida profonda e sensibile di don Pierangelo Sequeri, stiamo andando in cerca dei segnali che orientano la fede dentro la cultura di questo tempo nel quale vediamo prevalere fattori di incertezza che sembrano scoraggiare l’esperienza credente.

Uscire dalla nevrosi ecclesiogena: raccontiamo la Chiesa com'è© Fornito da Avvenire

Ogni settimana il celebre teologo, firma cara ai lettori di “Avvenire”, ci conduce alla scoperta della «fede dove non te l’aspetti» attraverso parole-guida offerte a tutti i «cercatori e trovatori» che vogliono attraversare la vita con ritrovata consapevolezza. Le puntate precedenti su Avvenire.it.

Le due parole aggiunte alla nostra serie di riflessioni per “cercatori e trovatori” non sono parole, ma formule (latine): ad intra, ad extra. Niente paura, sono formule facili da decifrare: “dentro e fuori”, “all’interno e all’esterno”. Ma anche, metaforicamente: “tra noi e con gli altri”, oppure “nel pensiero e nell’azione”, o anche “nell’interiorità delle coscienze e nell’espressività dei gesti”. L’idea è quella di dare un contesto a tutto ciò che la fede cerca quando decide di ritrovare lo sguardo di Dio sull’orizzonte della vita: e non si limita a indottrinare la parola di Dio e a fissare i confini della religione. La “vita comune”, nelle nostre contrade, sa sempre più poco della strepitosa rivelazione che ci è consegnata dalla fede seminata da Gesù. E la “vita cristiana”, a sua volta, si consegna dolcemente al suo ripiegamento nella pura devozione di gesti e immagini vagamente connesse al mistero cristiano. N on infierite, però, vi prego, su questo ripiegamento. Che volete che facciano? Gli strumenti – linguistici, liturgici, pastorali, spirituali, culturali – sono quelli che erano a disposizione delle generazioni preconciliari. I preti fanno i preti, i religiosi fanno i religiosi, i fedeli fanno i fedeli. Sono più pochi? Certo. E quindi, sono in affanno a riversare tutti i tesori accumulati in questi decenni da una riflessione teologica incredibilmente più ispirata, da una spiritualità straordinariamente più vitale, da una concezione di Chiesa più comunitaria, da una impostazione della missione più testimoniale. Q uesta emozionante ricchezza, però, ha battuto moneta soprattutto per il mercato interno: con esigua capacità di circolazione nel mondo degli scambi con l’esterno. Dall’esterno ha importato prestiti: spesso troppo spensieratamente apprezzati come valuta pregiata, forme di riconoscimento estemporaneo a sostegno di un’economia sostanzialmente autarchica. Del tesoro della fede non c’è rendita però: e pochissimo scambio. In ogni caso la fede nel riscatto dell’anima dal nichilismo che se la divora senza troppa fatica, e nella destinazione della vita che deve risorgere da qualche parte, per sempre, rimangono in fondo alla lista. Molta morale, poca comunità, zero cultura. L a novità paradossale di questi anni, a quanto è dato di osservare, sembra proprio il fatto che tutta questa ricchezza, che continua ad assorbire estenuanti energie e a generare puntigliose dialettiche all’interno del mondo ecclesiale, incomincia a diventare persino ingombrante nello spazio stesso della fede. Che ce ne facciamo di tutta la teologia, la liturgia, la spiritualità che abbiamo accumulato, se parlano soltanto a noi mentre vendiamo le chiese e razioniamo il clero? La loro esuberanza finisce per generare saturazione e rigetto. E persino demoralizzazione. Le generazioni che arrivano, in ogni caso, non ne sono neppure sfiorate. Lo slancio di una nuova visione, che si innesta nei luoghi in cui di formano i paradigmi dell’umanesimo, come dice papa Francesco, non ne trae forme né forze vitali (neppure ad intra). Il ripiegamento all’interno della comfort-zone della devozione è comprensibile: sembra l’unico modo di custodire, nel frattempo, la fede che c’è. La natura vistosamente “interna” delle dispute che attualmente impegnano – a torto o a ragione – la riflessione ecclesiastica, anche quando tratta della sua apertura verso “l’esterno”, è quasi plateale. I n questo fervore ecclesiastico – e nella collaterale nevrosi ecclesiogena, diciamo così – quale “riforma” e quale “uscita” diventa immaginabile in linea con il Vangelo di Gesù? Il punto è se il nostro orizzonte è quello di chiudere la Chiesa su se stessa o aprire il regno di Dio per tutti gli altri: ossia, non solo per noi, e non solo per quelli che diventano come noi. Ebbene, il fatto è che questo punto di svolta, in realtà, è arrivato. Ed è irreversibile (Fratelli e sorelle, un ultimo sforzo: ci siamo quasi. Se usciamo rapidamente ed efficacemente dalla nevrosi ecclesiogena, si aprono praterie, come si dice). Il cristianesimo stesso ci ha messo un bel po’ per arrivarci: e ci è arrivato per gradi e passaggi, per prove ed errori. Si può capire. Una religione che apre il destino del mondo che c’è al regno di Dio che viene, senz’altro interesse che questo, è un’esperienza sconosciuta. La Chiesa stessa è un po’ sconvolta dal charisma della percezione di questa inaudita oikonomia della rivelazione, che riconcilia la vita umana e il destino di Dio. Il vangelo di Gesù apre all’intimità passionale di Dio l’intera creazione e accende la giustizia dell’umana destinazione in tutti coloro che ne desiderano il felice compimento anche per l’altro, senza eccezione di persona. L a fede che Gesù cerca fra gli umani, e alla quale espone il destino di Dio, non è riservata ai preti e ai profeti, ai battezzati e ai salvati. La Chiesa è ancora balbettante su questo, e fatica a trovare le parole per dirlo. Non sa ancora bene come “dirlo”, ma nel profondo della sua coscienza sa di “saperlo”. Quando troverà piena scioltezza di parola e normale coerenza di pratiche per la cultura di questa rivelazione, non avrà più bisogno di parlare e di affannarsi così tanto per sé stessa. Una fede che si consegna totalmente a creature imperfette, per rendersi credibile alle creature imperfette, senza pretendere di diventare la misura della perfezione, è un miracolo. Siamo abbastanza commossi per questa scoperta? Siamo abbastanza fieri del fatto che è toccato a noi il lieto compito di consegnare alla storia la compiuta bellezza di questo svelamento? G esù annuncia e fa irrompere il Regno di Dio e lo consegna ai suoi come passione dominante. Non ha un progetto di riforma del tempio per i religiosi, ha un’urgenza di conciliazione con Dio per le case degli umani. Qui c’è il nostro tesoro, qui deve battere il nostro cuore. Gesù è l’unico salvatore: e non siamo noi. Se riusciamo a restituire incanto ad entrambi i fuochi di questo annunncio, siamo pronti per l‘umanesimo nuovo che ne deve scaturire. Nelle “seconde file” del cristianesimo che abita il mondo, sono già moltissimi i nostri fratelli e sorelle che vivono con passione – e patiscono con dignità – la persuasione di un Vangelo che ha definitivamente abbattuto per sempre il “muro di divisione”, che separa i destini dell’umano: armando i confini della religione e dell’anti-religione. Nelle “prime file” non ci arrivano ancora: a rendere evidente per tutti che questo, e non altro, è il cristianesimo. Quando succederà cambierà il linguaggio, cambierà la forma, cambieranno le pratiche: vedrete. Forse la “sinodalità” arriverà a produrre questo allegro ribaltamento? Vedremo. (Dipende anche da noi). Nel frattempo prenderei in considerazione due mosse di appoggio. L a prima è questa. Come mai la pratica catechistica, liturgica, testimoniale è così povera di narrazione della comunità? I ragazzi imparano – felicemente – la storia di Gesù nella loro iniziazione cristiana. La storia della Chiesa la imparano al liceo, scoprendola come storia delle streghe, delle crociate, e dell’inquisizione. L’iniziazione alla fede non deve includere la memoria – leale e affettuosa – delle passioni della storia della fede che ci è consegnata? Non è questione di apologetica o agiografia. La domanda è: come ha abitato la comunità umana, dandole forza e speranza, la fede cristiana? La seconda mossa è quella che cerca di formare “corpi intermedi” fra religione e cultura, creando reti di prossimità – piene di contemplazione e solidarietà, musica e poesia – fra piccole comunità molto lontane, diverse, abbandonate. Il villaggio della prossimità alla conquista della burocrazia della città. Non siamo le filiali di una multinazionale che leggono circolari ed eseguono disposizioni. L’amore che si consuma all’interno della nostra devota comfort-zone va perduto, anche per noi. Se trova la strada per uscire, ritroverà le sue emozioni anche all’interno. Di questo ad extra dovremo dire, appunto.

domenica, febbraio 04, 2024

I vescovi anglicani e cattolici: dopo secoli di separazione, avanti

@ - Comunicato congiunto dei partecipanti all’evento ecumenico “Growing together”, organizzato dallo Iarcuuum tra Roma e Canterbury in occasione della Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani. Nella nota ribadito il desiderio di proseguire il dialogo nel segno dell’unità e della missione e anche la volontà di lavorare insieme per le sfide globali, come guerre e crisi climatica.

Città del Vaticano
La nostra comune testimonianza, chiamata e impegno", è il titolo del comunicato congiunto dei vescovi anglicani e cattolici che hanno partecipato all’evento ecumenico Growing together che si è svolto a Roma e Canterbury, dal 22 al 29 gennaio scorsi, nel contesto della Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani. Una occasione di dialogo, preghiera, pellegrinaggi e confronto su missione e testimonianza che, organizzata dalla Commissione internazionale anglicana-cattolica romana per l'unità e la missione (IARCCUM), ha ricevuto il sostegno del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani a Roma e del Segretariato della Comunione Anglicana.

Perseverare nel dialogo
I vescovi partecipanti rappresentavano 27 Paesi in tutto il mondo e sono stati indicati da Papa Francesco e dall'arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, durante i Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Nel testo – diffuso il 1° febbraio - esprimono un deciso appello all’unità e ad una missione condivisa. “Dopo quattro secoli di conflitto e separazione, la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana sono ormai da quasi sessant’anni in cammino verso la riconciliazione. A volte il percorso è stato accidentato, ma lo Spirito Santo è stato all'opera e le nostre chiese hanno perseverato in un dialogo che si è rivelato straordinariamente fruttuoso”, si legge nel documento.

Testimonianza, amicizia, missione, sinodalità
I vescovi riconoscono la gioia e la vita che provengono dalla comunione in Cristo, e ribadiscono l’impegno a costruire un dialogo fruttuoso, colmando il divario tra gli elementi di fede condivisi e la loro espressione tangibile nella vita ecclesiale.

Evidenziando i quattro temi principali di Testimonianza, Amicizia, Missione e Sinodalità, i vescovi esortano la Chiesa a dare priorità alle relazioni. Fanno quindi eco all’appello di Papa Francesco a mettere “prima i fratelli e le sorelle, poi le strutture”. "La sinodalità non riguarda semplicemente il governo della Chiesa; riguarda mettere le relazioni al centro della vita della Chiesa", si legge nel comunicato.

Insieme contro guerre e crisi del clima
Non manca nella nota un focus sull’urgenza di affrontare la crisi climatica: a tal riguardo, i vescovi sottolineano la necessità di prendersi cura della nostra Casa comune, sulla scia dell'enciclica di Papa Francesco Laudato si' e del Lambeth Call on the Environment and Sustainable Development, pubblicato dai vescovi anglicani durante la Conferenza di Lambeth del 2022.

Il comunicato congiunto si chiude infine con l’invito a proclamare la Buona Novella della pace nei luoghi colpiti dalle guerre in corso. Ritornando alle loro chiese locali, i vescovi assicurano di pregare affinché il loro ministero, fianco a fianco come cattolici e anglicani, sia un anticipo della riconciliazione di tutti i cristiani nell'unità dell'unica e sola Chiesa di Cristo.

sabato, febbraio 03, 2024

Con l’Incarnazione Dio salverà la creazione

@ - Deep Incarnation. Non è il titolo di un film hollywoodiano fra fantascienza e religione. Ma considerando che si tratta di vera teologia, Incarnazione profonda può far tremare le vene dei polsi.

Con l’Incarnazione Dio salverà la creazione© Fornito da Avvenire

Ogni aggettivo che venga aggiunto a Incarnazione rischia di ridurne la portata; in questo caso la vuole estendere. È un nuovo spazio di riflessione teologica che, da un paio di decenni in particolare, cerca di fornire un orizzonte più adeguato alle sfide che le scienze stanno ponendo all’uomo e alla fede. In altri termini, una delle impasse della teologia riguarda oggi un pensiero che sappia dotarsi di un nuovo fraseggio e vocabolario per comprendere l’ampliamento che l’ecologia e le questioni della cura del creato stanno sollevando anche al credente. La teologia sente, indubbiamente, il carico di responsabilità nel fornire all’uomo una prospettiva che comprenda non soltanto i dubbi ma tenga conto anche delle questioni sociali e morali urgenti per la vita del pianeta stesso.
Oggi molti si chiedono in che misura le realtà create, non soltanto la specie umana, ma anche le altre animali, le piante e le cose inanimate, la creazione insomma, rientri nel piano salvifico divino. In che misura l’evoluzione, con le sue spietate regole, può conciliarsi con l’azione divina? Il teologo luterano danese Niels Henrik Gregersen formulò per la prima volta la questione dell’“incarnazione profonda” nel 2001. La questione era stata ripresa e rilanciata poi dal teologo australiano Denis Edwards, a lungo professore di teologia presso l’Università Cattolica d’Australia, che per buona parte della sua vita aveva sviluppato una teologia dell’ecologia (per esempio, nel saggio L’ecologia al centro della fede, EMP, 2008). Nel 2019, l’anno in cui Edwards morì, venne pubblicato il suo saggio specifico, che ora Queriniana traduce, intitolato: Incarnazione profonda. Sofferenza di Dio e redenzione delle creature (pagine 210, euro 23,00). L’autore sottolinea l’urgenza di una interrelazione di teologia della creazione, cristologia e pneumatologia per comprendere il coinvolgimento divino nel nostro mondo corporeo. Ricorda la teologia dell’evoluzione di Karl Rahner e nel libro ricorre, meno frequente, anche il discorso di Teilhard de Chardin.

Anzitutto, la domanda di Edwards riguarda il fondamento cristologico per una teologia ecologica cristiana: quale relazione fra mondo naturale e vita, morte e resurrezione di Cristo? E ricorda che l’errore è stato forse di concentrarsi su una teologia della creazione, isolandola dalla teologia della incarnazione e della redenzione. Dopo la Laudato sì’, la riflessione sulla creazione è diventata più urgente, considerando anche le questioni sociali e antropologiche che si legano al discorso ecologico e alle analisi critiche dell’Antropocene. Urge «una risposta teologica alla corruzione e alla sofferenza, momenti intrinseci di una visione del mondo». Per la biologia evolutiva morte e dolore sono intrinseci a un mondo in evoluzione (che procede per crisi e assestamenti, si potrebbe dire) e non possono più essere spiegati attribuendone la responsabilità al peccato umano.

Ma Gregersen sostiene che, in realtà, l’Incarnazione profonda potrebbe offrire una risposta al problema che vede il mondo come “pacchetto completo”. In un’ottica evolutiva il dolore ha una funzione positiva, osserva Edwards, incrementando lo spitito di adattamento, mentre la morte diventa essenziale al ciclo delle generazioni. Ma questo non offre risposte soddisfacenti a chi soffre. Già Gregersen poneva la necessità di una “cristologia alta” dove la verità di Dio è rivelata, secondo la Theologia Crucis di Lutero, nell’esperienza di angoscia, umiliazione, dolore e morte di Cristo. Ma ampliandone la portata alla luce della scienza contemporanea, il teologo danese vede l’Incarnazione profonda come parte integrante del fenomeno evolutivo, dove l’amore divino, che si rende espiativo, abbraccia l’intera creazione. Vale a dire, scrive Edwards, che «il valore teologico delle montagne, dei mari, degli animali, delle piante, del clima del nostro pianeta, della Via Lattea e di tutto l’universo osservabile, include l’intera storia dell’autodonarsi di Dio alle creature nella creazione, nell’incarnazione e nella trasfigurazione finale». Altri hanno adottato questo orizzonte, da Elizabeth Johnson, teologa americana che ha sviluppato una visione teologica femminista (Colei che è, Queriniana), Celia Deane-Drummond, ecoteologa, è direttrice dell’Istituto di ricerca Laudato Si’, Christopher Southgate, teologo attivo sul versante dei rapporti con l’evoluzione, Richard Bauckham, teologo e biblista anglicano. Il libro dà conto delle loro riflessioni. Il termine di partenza del confronto fu il simposio che si svolse a Helsingør, in Danimarca, nel 2011.

Per cristologia alta si deve anche pensare, osserva Edwards raccogliendo uno sviluppo del pensiero francescano di san Bonaventura, che «la croce di Gesù è come un microcosmo in cui la sofferenza del macrocosmo è rappresentata e vissuta». Visione che introduce il tema del “corpo cosmico” di Cristo evocato nella Lettera ai romani (8,18-23). Ma l’Incarnazione profonda viene così pensata come teologia pienamente trinitaria il cui esito è “redimere e trasformare” perché «Il Logos-Figlio di Dio comprende non soltanto le bellezze dell’ordine cosmico, ma anche le brutture della cattiveria, del dolore e della morte...». Naturalmente, secondo la più classica delle teologie, «la crudele spietatezza della selezione naturale è parte della creatività di Dio, ma non ne rivela la natura di Dio».

Secondo Elizabeth Johnson, «la presenza amorosa di Dio nella sofferenza delle sue creature e una delle cose più significative che la teologia possa affermare», così che se si parla di Incarnazione profonda si dovrà parlare anche di resurrezione profonda, che non riguarda solo l’umanità ma l’intera creazione.

Hans Urs von Balthasar nella Teologia dei tre giorni affermava: «C’è un calvario lassù, da cui tutto è derivato». Aveva appena scritto che «il sacrificio di Cristo è iniziato prima che venisse nel mondo e la sua croce era quella dell’“agnello sgozzato fin dalle origini del mondo”». La Kreuzesfrage come va risolta allora? È necessario comprendere prima il mistero della croce piantata nel cuore della Trinità, come sembra pensare Edith Stein. Allora forse solo la mistica può entrare nel “profondo” di una redenzione cosmica se, come notava ancora Balthasar: «Dio solo va fino in fondo all’abbandono di Dio, Dio porta la privazione di Dio, Dio lascia Dio affondare nella derelizione». Ma questo rende forse troppo razionale e riduttiva, considerata alla luce delle questioni ecologiche di oggi, la stessa “Incarnazione profonda”.

domenica, gennaio 21, 2024

Il cardinale Zen stronca le benedizioni gay ed evoca le dimissioni di "Tucho" Fernández

@ - Poco più di un mese dopo la sua pubblicazione, Fiducia supplicans non smette di scuotere la Chiesa. Nonostante il Papa abbia difeso la Dichiarazione ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa, anche in questa settimana non sono mancati i non possumus di diversi vescovi.

Il cardinale Zen stronca le benedizioni gay ed evoca le dimissioni di "Tucho" Fernández
© Fornito da Il Giornale

Un'eccezione, invece, è stata quella della Conferenza episcopale della regione del Nordafrica che ha presa posizione a favore delle benedizioni delle coppie di fatto e formate da persone dello stesso sesso. Uno smarcamento rispetto al niet unitario delle Conferenze episcopali africane che però rischia di mettere persino in imbarazzo il dicastero per la dottrina della fede: oltre alla sproporzione nei numeri di chiese e fedeli col resto dell'Africa, pesa il fatto che i vescovi di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Sahara Occidentale siano tutti europei. Anziché un assist a Roma, dunque, questa fuga solitaria dei pochissimi vescovi missionari della piccola Chiesa nordafricana potrebbe rivelarsi un boomerang al cospetto della scelta compatta della stragrande maggioranza di vescovi autoctoni, specialmente in un pontificato che ha insistito molto sul concetto di inculturazione.

La bocciatura del cardinale perseguitato
Nelle scorse ore è arrivata un'autorevole stroncatura per Fiducia supplicans. Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, simbolo vivente della libertà religiosa, ha preso le distanze dalla breve nota positiva emessa dall'ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Hong Kong e ne ha evidenziato alcuni errori, non nascondendo il proprio stupore per il fatto che la diocesi abbia lasciato il compito di fornire l'interpretazione di un documento della Santa Sede così importante all'ufficio delle comunicazioni sociali. Il vescovo emerito di Hong Kong ha fatto passare un mese, ma ha poi deciso di intervenire nel dibattito perché pur non avendo più "a che fare con l'amministrazione della diocesi, ho ancora la responsabilità di mantenere la dottrina della Chiesa". Il cardinale Zen, tenace avversario del comunismo cinese, ha definito "problematica" la Dichiarazione fortemente voluta dal confratello Víctor Manuel Fernández. Riprendendo quanto affermato dal prefetto argentino nel suo comunicato del 4 gennaio sulla ricezione di Fiducia supplicans, con il riconoscimento della "necessità di un periodo più lungo di riflessione pastorale", il porporato cinese ha sostenuto che "ciò equivale a dire che il testo del 18 dicembre è temporaneamente non valido". Fernández ha scritto che il sacerdote, di fronte alla richiesta di benedizione di una coppia in una situazione irregolare, potrebbe invocare su di loro "la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà". Questo punto di Fiducia supplicans, secondo l'analisi di Zen, presenta una contraddizione perché non si richiede al prete di verificare se chi chiede la benedizione ha effettivamente questa intenzione: "se il sacerdote non è sicuro che abbiano questa intenzione, o ha motivo di sospettare che non abbiano affatto questa intenzione, come può dare una benedizione?", ha scritto il cardinale nella sua nota critica. La Dichiarazione del dicastero insiste molto sulla carità pastorale, ma il cardinal Zen - Sacre Scritture alla mano - ne contesta l'interpretazione ricordando il passaggio biblico che esorta i pastori a rendere forti le pecore deboli, curare quelle ferite e riportato indietro le disperse e citando Gesù che nel Vangelo guarisce dicendo che i peccati sono perdonati, dimostrando di avere come principale preoccupazione la liberazione delle persone dai loro peccati. Per Zen, "se il sacerdote non è sicuro che la 'coppia' che ha di fronte intenda attenersi pienamente allo stile di vita prescritto da Dio, o è sicuro che non ammettano di vivere nel peccato" dovrebbe mostrare un "atteggiamento caritatevole" presentando loro qual è la volontà di Dio.

Contro Fernández
Nella conclusione della sua nota, il vescovo emerito di Hong Kong non ha risparmiato critiche alla Dichiarazione ed al suo autore. "La Dichiarazione sottolinea ripetutamente la necessità di evitare di creare confusione, ma le benedizioni incoraggiate (...) di fatto creeranno inevitabilmente confusione", ha osservato Zen. Le differenti reazioni di diocesi in diocesi e di conferenza episcopale in conferenza episcopale, oltre alla necessità di un comunicato stampa per provare a chiarire quanto si era detto di non voler chiarire ulteriormente, sembrano dargli ragione ad ora. In questo mese diversi vescovi se la sono presa con la presentazione della Dichiarazione fatta dai media. Il porporato cinese, però, la pensa diversamente, affermando che "i media secolari certamente aggiungono intenzionalmente confusione, ma non sono pastori pro-LGBTQ all'interno della Chiesa come padre James Martin, SJ o suor Jeannine Gramick che causano intenzionalmente confusione"?. Allo stesso modo, Zen si è chiesto se non siano anche alcune diocesi, ad esempio quelle tedesche, a causare confusione su quest'argomento. Infine, il cardinale ha evidenziato quelle che ritiene essere le responsabilità del prefetto Fernández che prima di pubblicare questa Dichiarazione non poteva ignorare le difficoltà di ricezione che ci sarebbe stata dai vescovi di quelle che Francesco ama definire le "periferie" del mondo. Ma per il salesiano cinese che Benedetto XVI creò cardinale, la "cosa più grave" della Dichiarazione sta in ciò che lascia sottintendere e cioè che "anche il comportamento sessuale nelle relazioni omosessuali ha una sua bontà". Questo, secondo il giudizio di Zen, era già presente in una risposta ai Dubia di cui la scorsa estate è stati uno dei cinque promotori. Come fatto anche in passato, il porporato cinese ribadisce nella nuova nota di credere che sia stato Fernández e non il Papa a rispondere ai quesiti. Zen chiama in ballo il paragrafo "a" della seconda risposta al Dubium sulle unioni di persone dello stesso sesso nella quale c'era un accostamento alle unioni tra un uomo ed una donna per generare figli dicendo che "altre forme di unione lo fanno solo in modo parziale e analogo". "Questo è un errore assolutamente soggettivo. Secondo la verità oggettiva, quel comportamento è un peccato grave e non può portare a nulla di buono", ha scritto il cardinale. Alla luce di ciò, il vescovo emerito di Hong Kong si è chiesto: "se il prefetto del dicastero per la dottrina della fede definisse 'bene' un delitto grave, non commetterebbe un'eresia ? Il prefetto non dovrebbe dimettersi o essere licenziato?". Il porporato, infine, mette in evidenza la contraddittorietà di un documento calato dall'alto mentre c'è un Sinodo ancora in corso. "Si spera che nell’incontro di ottobre i vescovi possano finalmente discutere queste questioni in modo autonomo (non necessariamente guidato da facilitatori) e siano guidati dallo Spirito Santo per raggiungere conclusioni unanimi", si è augurato Zen accusando il dicastero per la dottrina della fede di aver fatto "una Dichiarazione preventiva, che costituisce un grave disprezzo per l'ufficio dei vescovi (successori degli apostoli, fratelli del Papa)".

Altre reazioni
Intanto, Fiducia supplicans incassa altre bocciature in giro per il mondo. A sorpresa, l'ultimo rifiuto a far benedire le coppie omosessuali è arrivato dalla Conferenza episcopale dei Paesi Bassi in una dichiarazione che ha limitato le possibilità ad una preghiera per i singoli credenti che vivono una relazione irregolare. Cosa, peraltro, già prevista anche prima di Fiducia supplicans. Dall'altra parte dell'Oceano, invece, monsignor Gabriel Malzaire, arcivescovo di Castries e amministratore apostolico della diocesi di Roseau, nell'isola di Santa Lucia, ha proibito ai suoi sacerdoti di "concedere la benedizione su qualsiasi unione peccaminosa”.

sabato, gennaio 20, 2024

Il Papa spiega la Domenica della Parola

@ - Il 21 gennaio torna la Domenica della Parola di Dio che per volere di papa Francesco cade ogni anno nella terza domenica del tempo ordinario. Un’occasione per ribadire una volta di più la centralità della Scrittura nella vita personale e comunitaria del credente.

Il Papa spiega la Domenica della Parola© Fornito da Avvenire

Tema della Giornata in questo 2024 è un versetto tratto dal vangelo di Giovanni: «Rimanete nella mia parola» (Gv 8,31). «Uno dei fatti più esaltanti nella storia del popolo di Israele – scrive monsignor Rino Fisichella, pro prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione - è certamente quello di verificare come il veicolo privilegiato con il quale Dio si rivolge al popolo e ai singoli rimane quello della “parola”. Dire che Dio usa la “Parola” equivale pure ad affermare che Dio parla, cioè, Dio esce dal silenzio e nel suo amore si rivolge all’umanità. Il fatto che Dio parli implica che intende comunicare qualcosa di intimo, e di assolutamente necessario per l’uomo, senza il quale non potrebbe mai giungere a una piena conoscenza di sé stesso né del mistero di Dio». In occasione della Giornata il Papa domenica 21 presiede la Messa alle 9.30 nella basilica di San Pietro mentre iniziative, veglie e lectio sono organizzate pressocché in tutte le diocesi.
In preparazione all’evento gli Uffici Catechistico, Liturgico, per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei hanno preparato un Sussidio con alcune proposte per la preghiera e la meditazione centrate sul “kerygma”. Questo termine, spiega nella presentazione monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, indica «il contenuto fondamentale dell’annuncio cristiano: Gesù Cristo morto e risorto. Alle donne e agli uomini di oggi, che non si accontentano di vivere ma desiderano una qualità alta della vita, la fede cristiana propone la vita del Crocifisso-Risorto. È lui, che ha dato sé stesso per gli altri passando anche attraverso la morte, che il cristiano testimonia senza paura». Ecco allora che, osserva Baturi, «il kerygma cristiano non è una nozione o una affermazione appresa a memoria: è una relazione, una esperienza concreta condotta insieme e mantenuta nel tempo con tenacia». Le Sacre Scritture, ricorda il segretario generale, «ospitano questo kerygma, il racconto di quello che i nostri padri nella fede hanno sperimentato e si sono impegnati a trasmettere alle generazioni future». «Grazie all’azione dello Spirito – aggiunge – le Scritture colmano il divario temporale tra la comunità ecclesiale di oggi e la Chiesa primitiva e preparano il cuore a fare la stessa esperien¬za, la stessa sequela di Cristo, la stessa figliolanza del Padre celeste».
Come si diceva, quella del 2024 è la quinta edizione della Domenica della Parola di Dio. Il Papa l’ha istituita nel 2019 con la Lettera apostolica Aperuit illis. «In questa domenica, in modo particolare – scriveva Francesco -, sarà utile evidenziare la sua proclamazione e adattare l’omelia per mettere in risalto il servizio che si rende alla Parola del Signore. I vescovi potranno in questa Domenica celebrare il rito del Lettorato o affidare un ministero simile, per richiamare l’importanza della proclamazione della Parola di Dio nella liturgia. È fondamentale, infatti, che non venga meno ogni sforzo perché si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata, così come avviene in maniera ormai usuale per gli accoliti o i ministri straordinari della Comunione. Alla stessa stregua – aggiunge il Pontefice -, i parroci potranno trovare le forme per la consegna della Bibbia, o di un suo libro, a tutta l’assemblea in modo da far emergere l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura, con un particolare riferimento alla lectio divina».