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sabato, settembre 05, 2026

Fine vita, la Chiesa e il confine della politica: con Leone XIV cambia la “sana laicità”?

 @ La recente approvazione in Veneto della legge sul fine vita, seguita dalla dura reazione del patriarca di Venezia Francesco Moraglia, ha riportato in primo piano uno dei nodi più delicati e irrisolti nei rapporti tra Chiesa e politica: fin dove può spingersi l'intervento dell'autorità ecclesiastica nella formazione delle leggi di uno Stato laico?

Fine vita, la Chiesa e il confine della politica: con Leone XIV 
cambia la “sana laicità”?© Ap

Moraglia ha parlato di «amarezza», di una «deriva difficilmente controllabile» e di una scelta che avrebbe «ferito e limitato il modello di vicinanza umana». Parole che, al di là del merito del provvedimento veneto, riportano alla questione di fondo: quale ruolo rivendica oggi la Chiesa nello spazio pubblico e, soprattutto, fino a che punto considera autonoma la politica quando affronta materie nelle quali entra direttamente in gioco la legge morale?

È precisamente questo il terreno sul quale si muove Daniele Menozzi, storico della Chiesa, nel saggio appena pubblicato dal Mulino, «Dal clericalismo alla laicità. La Chiesa nella storia dell'Italia contemporanea». Un lungo percorso storico che parte dall'opposizione della Chiesa allo Stato nazionale e arriva fino a Papa Leone XIV, utilizzando come filo conduttore proprio il difficile rapporto tra autorità ecclesiastica e autonomia della società civile.

La parte più attuale del volume riguarda il significato della formula «sana laicità», più volte utilizzata dai pontefici. Menozzi ne ricostruisce la genealogia a partire da Pio XII, che nel 1958 introdusse una espressione destinata a entrare stabilmente nel lessico cattolico. La Chiesa accettava in questo modo una parola, «laicità», che per decenni aveva guardato con diffidenza, ma accompagnandola con un aggettivo che le consentiva di conservarne in qualche misura il controllo: esisteva una laicità «sana» e una che non lo era, restando di fatto all'autorità ecclesiastica il compito di stabilire dove passasse il confine.

È su questo punto che Menozzi individua una possibile novità nel pontificato di Leone XIV. A suo giudizio Prevost potrebbe infatti rappresentare una discontinuità persino rispetto a Benedetto XVI e, contemporaneamente, il compimento della svolta avviata da Francesco. La Chiesa non rinuncia alla legge naturale e continuerà naturalmente a difendere la propria concezione della vita, della famiglia e della dignità umana. Ma potrebbe rinunciare alla pretesa di esserne anche il traduttore necessario nella legislazione dello Stato.

Il passaggio è tutt'altro che secondario. Nell'impostazione di Joseph Ratzinger, il cattolico impegnato nella vita pubblica deve infatti operare affinché la legislazione sia conforme alla norma morale derivata dalla legge naturale, di cui la Chiesa si considera interprete. Menozzi individua qui una contraddizione di fondo: da una parte viene riconosciuta l'autonomia dello Stato, dall'altra si sostiene che, almeno in alcune materie eticamente sensibili, la legislazione civile debba recepire principi definiti dall'autorità ecclesiastica.

È la stagione dei cosiddetti «valori non negoziabili», diventati soprattutto negli anni della presidenza di Camillo Ruini alla CEI il perno dell'intervento cattolico su famiglia, aborto, procreazione assistita e bioetica.

Francesco cambia registro. Non mette tra parentesi la dottrina morale, ma dichiara senza esitazioni che «lo Stato deve essere laico» e che «gli Stati confessionali finiscono male». La «sana laicità» smette così di significare che lo Stato debba conformarsi alla morale proposta dalla Chiesa e diventa piuttosto la garanzia che tutte le religioni possano manifestarsi liberamente nello spazio pubblico.

Anche il concetto di laicismo viene modificato. Non coincide più con il rifiuto di trasformare la morale cattolica in legge, ma con la pretesa di espellere la dimensione religiosa e trascendente dalla società. Lo Stato resta autonomo; credenti e Chiese devono però poter concorrere liberamente al dibattito pubblico al pari degli altri soggetti di una democrazia pluralista.

Con Leone XIV, secondo Menozzi, il passaggio potrebbe diventare ancora più netto. Prevost continua a utilizzare la formula «sana laicità» e a richiamare la legge naturale, ma la sua traduzione politica non verrebbe più affidata alla gerarchia ecclesiastica. Sarebbe invece «lasciata all'autonoma deliberazione dei cattolici impegnati in politica».

È una distinzione decisiva. La Chiesa conserva una dottrina morale e il diritto di proporla pubblicamente, ma da questo non discende automaticamente che il legislatore debba trasformarla in norma vincolante per tutti.

Menozzi individua un segnale significativo nell'enciclica «Magnifica humanitas». Leone XIV cita la «Gaudium et spes», dove il Vaticano II parlava della «legittima autonomia» delle realtà terrestri, ma nel prosieguo lascia cadere l'aggettivo «legittima» e parla semplicemente di «autonomia». E nel successivo discorso al Parlamento spagnolo chiarisce ulteriormente il concetto: l'autonomia della comunità politica è in quanto tale legittima. La Chiesa non domanda privilegi, ma chiede che il fenomeno religioso, nelle sue diverse espressioni, non venga ridotto al silenzio nello spazio pubblico.

Per Menozzi, Leone XIV potrebbe avere così «sciolto l'ambiguità» rimasta aperta dopo il Vaticano II. La domanda è semplice solo in apparenza: chi stabilisce quando l'autonomia della politica è veramente legittima? Se il giudizio ultimo appartiene alla Chiesa, quell'autonomia rimane inevitabilmente condizionata. Se invece appartiene strutturalmente alla comunità politica, il paradigma cambia.

Naturalmente il pontificato è ancora troppo giovane per trarre conclusioni definitive. Ma la direzione individuata dallo storico è chiara: Leone XIV sembra per ora muoversi verso il «riconoscimento della reciproca indipendenza del politico dal religioso e del religioso dal politico». Non casualmente Menozzi collega questo orientamento anche alla crescente utilizzazione politica del cristianesimo, fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti.

Ed è qui che la vicenda veneta sul fine vita acquista un significato più ampio. Il vero banco di prova del nuovo rapporto tra Chiesa e politica non sarà stabilire se Leone XIV continuerà a parlare di legge naturale o di «sana laicità». Sarà capire che cosa accadrà quando Parlamento e istituzioni approveranno leggi che la Chiesa considera moralmente sbagliate. La questione sarà allora verificare se l'autorità ecclesiastica rivendicherà ancora implicitamente il diritto di indicare quale debba essere la legge dello Stato oppure se accetterà fino in fondo un altro modello: proporre, argomentare, dissentire anche duramente, ma senza pretendere che la propria verità morale debba diventare, proprio in quanto tale, la legge di tutti.

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