Parco Archeologico Religioso CELio

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sabato, settembre 19, 2020

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Per tutti quelli che conoscono il Vangelo, è chiaro che dalla parola del Signore fu affidata la cura della Chiesa universale al santo apostolo Pietro, principe di tutti gli apostoli...Ecco egli riceve le chiavi del regno celeste; a lui è attribuito il potere di legare e di sciogliere; a lui sono affidati la cura e il primato su tutta la Chiesa, e tuttavia non è chiamato apostolo <universale>ma il santissimo mio confratello nel sacerdozio, Giovanni ( Patriarca di Costantinopoli), fa di tutto per essere chiamato vescovo <universale>. Sono costretto a esclamare e a dire: O tempi, o costumi (O tempora,o mores)...Ecco, tutti siamo soggetti a scandalo per questo. Ritorni, quindi, sulla retta via l'autore dello scandalo e tutti i dissidi cesseranno. Io sono infatti il servitore di tutti i sacerdoti (Ego enim cunctorum sacerdotum servus sum = Ego servus servorum Dei sum)" (Lettere, V, 37. Città Nuova Editrice, Roma 1996, p.183.185-1869.

"Nessuno mai dei miei predecessori (vescovi di Roma) ha acconsentito ad usare questo vocabolo tanto profano (di <universale>), perchè - naturalmente - se uno si fa chiamare patriarca <universale>, viene ad essere diminuito, per gli altri, l'appellativo di <patriarca>Ma lungi sia ciò, lungi dalla mentalità cristiana che qualcuno voglia attribuirsi ciò per cui si veda - per quanto in piccola parte - diminuito l'onore dei propri fratelli" (Lettere V, 41, Città Nuova Editrice, Roma 1996, pp.201-203). 

Questi brani dell'epistolario di Gregorio Magno mi sono stati riportati alla mente dalle parole con cui  Papa Francesco ha rivolto il suo primo saluto alla Chiesa di Roma  scelta dal Signore - ha ricordato il nuovo Papa - a <presiedere nella carità> a tutte le chiese. Non si tratta in nessun caso infatti di <onori> quali che siano, ai quali darebbe diritto l'essere stati chiamati alla cattedra di Pietro ma di servizio e disponibilità totale verso tutti.

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

 <Considero che bisogna vigilare con ogni cura affinché colui che è a capo della Chiesa sia puro nei pensieri, esemplare nelle azioni, discreto nel tacere, opportuno nella parola, vicino a ciascuno per la compassione, elevato al di sopra di tutti nella contemplazione unito nell'umiltà con chi opera bene, fermo per lo zelo della giustizia contro i vizi di chi opera male.

Se cerco di approfondire con accurato impegno tutti questi aspetti, la vastità dei pensieri su ogni punto di vista mi tormenta. Infatti, come ho detto, bisogna soprattutto curare che chi è a capo della Chiesa sia puro nei PENSIERI, in quanto nessuna sozzura contamini colui che ha assunto il compito di purificare le macchie di impurità anche nei cuori degli altri. Perché è necessario che cerchi di essere pulita la mano che ha il compito di eliminare il sudiciume, affinché se essa è sporca e tenta di eliminare il fango, non inquini maggiormente quello che tocca (ne tacta quaeque deterius inquinet, si sordida insequens lutum tenet). Per questo è scritto: Purificatevi, voi che portate i vasi del Signore (Is 52,11)...Un cuore sacerdotale non segue mai pensieri vaganti, ma si lascia dirigere solo dalla riflessione (quatenus sacerdotale cor nequaquam cogitationes fluxae possideant, sed ratio sola constringat)...Il cuore degli uditori del pastore è penetrato poi meglio da quella parola che è confermata dalla vita di colui che parla, perché ciò che il predicatore comanda parlando, se lo mostra con i FATTI ne aiuta l'imitazione>.

Gregorio Magno, Lettere I, 24: Gregorio a Giovanni di Costantinopoli..., Edizioni Città Nuova, Roma 1996, 148-150). 

martedì, settembre 01, 2020

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

 "Venne di nuovo il Signore e al discepolo incredulo presentò il costato perché lo toccasse, mostrò le mani e indicando la cicatrice delle sue ferite risanò quella della sua incredulità (ostensa suorum cicatrice vulnerum, infidelitatis illius vulnus sanavit)...Ritenete forse puramente casuale che quel discepolo chiamato da Gesù non fosse stato presente la prima volta e che, rientrato, sentisse il racconto, cadesse nel dubbio, potesse toccare e così tornare alla fede?... Ciò non avvenne per caso, ma fu per un disegno di Dio. La divina clemenza dispose che quel discepolo, preso dal dubbio mentre toccava le ferite nel corpo del Maestro, risanasse in noi quelle dell'incredulità (divina dispensatione gestum est. Egit namque miro modo superna clementia, ut discipulus ille dubitans, dum in magistro suo vulnera palparet carnis, in nobis vulnera sanaret infidelitatis). I dubbi di Tommaso giovano alla nostra fede più che l'ossequio dei discepoli mai scossi in essa (Plus enim nobis Thomae infidelitas ad fidem, quam fides credentium discipulorum profuit), perché mentre egli è ricondotto a credere dalla diretta constatazione, la nostra mente, abbandonata ogni incertezza, si convince sempre più della verità del Signore. Questi in verità permise dopo la risurrezione che il suo discepolo dubitasse, ma non lo abbandonò in quello stato d'animo (discipulum post resurrectionem suam dubitare permisit, nec tamen in dubitatione deseruit)...Quel discepolo preso dal dubbio e chiamato a una diretta constatazione divenne un testimone della risurrezione come lo sposo della Madre del Signore (Giuseppe) era stato il custode della sua perfetta verginità. Tommaso vide la condizione umana di Cristo, ma credette in lui come Dio...vide l'umanità di Cristo, ma ne proclamò la natura divina (hominem vidit et Deum confessus est), dicendo: Signore mio e Dio mio! (Gv 20,29). Poté, sì, constatare, ma il suo poi fu un atto di fede, perché pur vedendo un uomo ne proclamò la natura divina di cui era impossibile ogni diretta percezione...Noi stessi siamo indicati poi con le parole: <Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno> (Gv 20,29) (in qua nimirum sententia nos specialiter signati sumus), dato che crediamo in una Persona di cui non abbiamo avuto mai una visione diretta, e accompagniamo la fede con le opere. Ha infatti davvero fede chi attua nella vita le verità in cui crede (Ille etenim vere credit, qui exercet operando quod credit)". (Le Quaranta Omelie sui Vangeli, II, XXVI, 7.8. passim, Città Nuova Editrice, Roma 1994, pp. 337-339).   

martedì, agosto 11, 2020

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

 <Considero che bisogna vigilare con ogni cura affinché colui che è a capo della Chiesa sia puro nei pensieri, esemplare nelle azioni, discreto nel tacere, opportuno nella parola, vicino a ciascuno per la compassione, elevato al di sopra di tutti nella contemplazione unito nell'umiltà con chi opera bene, fermo per lo zelo della giustizia contro i vizi di chi opera male.

Se cerco di approfondire con accurato impegno tutti questi aspetti, la vastità dei pensieri su ogni punto di vista mi tormenta. Infatti, come ho detto, bisogna soprattutto curare che chi è a capo della Chiesa sia puro nei PENSIERI, in quanto nessuna sozzura contamini colui che ha assunto il compito di purificare le macchie di impurità anche nei cuori degli altri. Perché è necessario che cerchi di essere pulita la mano che ha il compito di eliminare il sudiciume, affinché se essa è sporca e tenta di eliminare il fango, non inquini maggiormente quello che tocca (ne tacta quaeque deterius inquinet, si sordida insequens lutum tenet). Per questo è scritto: Purificatevi, voi che portate i vasi del Signore (Is 52,11)...Un cuore sacerdotale non segue mai pensieri vaganti, ma si lascia dirigere solo dalla riflessione (quatenus sacerdotale cor nequaquam cogitationes fluxae possideant, sed ratio sola constringat)...Il cuore degli uditori del pastore è penetrato poi meglio da quella parola che è confermata dalla vita di colui che parla, perché ciò che il predicatore comanda parlando, se lo mostra con i FATTI ne aiuta l'imitazione>.

Gregorio Magno, Lettere I, 24: Gregorio a Giovanni di Costantinopoli..., Edizioni Città Nuova, Roma 1996, 148-150). 

lunedì, agosto 10, 2020

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

Ho richiamato soltanto una piccola parte di una estesa <Lettera sinodica>, molto impegnativa, spedita da Papa Gregorio ai patriarchi orientali per comunicare il suo insediamento sulla Cattedra di Pietro a Roma, avvenuto il 3 settembre del 590. Il mio post è solo un invito a leggere integralmente questa lettera programmatica di un intero Pontificato. Il fatto che il Conclave per eleggere il successore di Benedetto XVI si apra proprio il 12 marzo, Festa tradizionale di San Gregorio Magno (essendo stato il suo <dies natalis>) ci autorizza e quasi ci obbliga a porre tutto il lavoro del Conclave del 2013 sotto l'intercessione particolarissima di Papa Gregorio Magno e sotto il suo straordinario insegnamento pastorale! Non venga dimenticato poi un altro gesto straordinariamente eloquente compiuto anch'esso il 12 marzo dell'Anno Giubilare 2000 giorno in cui il Beato Giovanni Paolo II chiese pubblicamente perdono, a nome della Chiesa Cattolica Romana a tutti coloro che fossero stati o si sentissero ancora offesi dai comportamenti di membri, e più ancora di responsabili ad ogni livello, della Chiesa Cattolica Romana!

domenica, agosto 09, 2020

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Venne di nuovo il Signore e al discepolo incredulo presentò il costato perché lo toccasse, mostrò le mani e indicando la cicatrice delle sue ferite risanò quella della sua incredulità (ostensa suorum cicatrice vulnerum, infidelitatis illius vulnus sanavit)...Ritenete forse puramente casuale che quel discepolo chiamato da Gesù non fosse stato presente la prima volta e che, rientrato, sentisse il racconto, cadesse nel dubbio, potesse toccare e così tornare alla fede?... Ciò non avvenne per caso, ma fu per un disegno di Dio. La divina clemenza dispose che quel discepolo, preso dal dubbio mentre toccava le ferite nel corpo del Maestro, risanasse in noi quelle dell'incredulità (divina dispensatione gestum est. Egit namque miro modo superna clementia, ut discipulus ille dubitans, dum in magistro suo vulnera palparet carnis, in nobis vulnera sanaret infidelitatis). I dubbi di Tommaso giovano alla nostra fede più che l'ossequio dei discepoli mai scossi in essa (Plus enim nobis Thomae infidelitas ad fidem, quam fides credentium discipulorum profuit), perché mentre egli è ricondotto a credere dalla diretta constatazione, la nostra mente, abbandonata ogni incertezza, si convince sempre più della verità del Signore. Questi in verità permise dopo la risurrezione che il suo discepolo dubitasse, ma non lo abbandonò in quello stato d'animo (discipulum post resurrectionem suam dubitare permisit, nec tamen in dubitatione deseruit)...Quel discepolo preso dal dubbio e chiamato a una diretta constatazione divenne un testimone della risurrezione come lo sposo della Madre del Signore (Giuseppe) era stato il custode della sua perfetta verginità. Tommaso vide la condizione umana di Cristo, ma credette in lui come Dio...vide l'umanità di Cristo, ma ne proclamò la natura divina (hominem vidit et Deum confessus est), dicendo: Signore mio e Dio mio! (Gv 20,29). Poté, sì, constatare, ma il suo poi fu un atto di fede, perché pur vedendo un uomo ne proclamò la natura divina di cui era impossibile ogni diretta percezione...Noi stessi siamo indicati poi con le parole: <Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno> (Gv 20,29) (in qua nimirum sententia nos specialiter signati sumus), dato che crediamo in una Persona di cui non abbiamo avuto mai una visione diretta, e accompagniamo la fede con le opere. Ha infatti davvero fede chi attua nella vita le verità in cui crede (Ille etenim vere credit, qui exercet operando quod credit)". (Le Quaranta Omelie sui Vangeli, II, XXVI, 7.8. passim, Città Nuova Editrice, Roma 1994, pp. 337-339).