Parco Archeologico Religioso CELio

Parco Archeologico Religioso CELio
".... energia rinnovabile UOMO"

sabato, marzo 07, 2020

Aleteia - MEDITAZIONE DEL GIORNO

monaco e teologo

Centuria sull'amore IV n. 19, 20, 22, 25, 35, 82, 98

Veglia su te stesso. Sta' attento che il male che ti separa da tuo fratello non si trovi in te, e non in lui. Affrettati a riconciliarti con lui (cfr Mt 5,24), per non allontanaarti dal comandamento dell'amore. Non disprezzare il comandamento dell'amore. È per lui che sarai figlio di Dio. Mentre se lo trasgredisci ti ritroverai figlio della geenna. (...)

Hai conosciuto la prova causata dal fratello e la tristezza ti ha portato all'odio? Non lasciarti vincere dall'odio, ma vinci l'odio con l'amore. Ecco come vincerai: pregando sinceramente Dio per lui, difendendolo o persino assistendolo per giustificarlo, considerando che tu stesso sei responsabile della tua prova, e sopportandola con pazienza fino a che il buio sia passato. (...) Non consentire di perdere l'amore spirituale, poiché non c'è alcun altra strada di salvezza per l'uomo. (...) Un'anima ragionevole che nutre odio contro un uomo non può essere in pace con Dio che ha dato i comandamenti. Dice: "Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe" Mt 6,15). Se quell'uomo non vuol essere in pace con te, almeno guardati di odiarlo, prega per lui sinceramente e non dir male di lui a nessuno. (...)

Cerca il più possibile di amare tutti. E se non ce la fai ancora, almeno non odiare nessuno. Ma se non riesci a fare neppure questo, non disprezzare le cose del mondo. (...) Gli amici di Cristo amano veramente tutti gli esseri, ma non sono amati da tutti. Gli amici di Cristo sono perseveranti nell'amore fino alla fine. Gli amici del mondo invece perseverano fino a che il mondo li porta a scontrarsi gli uni con gli altri.

mercoledì, febbraio 19, 2020

I BORGHI lungo i cammini Gregoriani - San Benedetto tra Santa Scolastica e Papa Gregorio Magno

San Benedetto 
Il figlio più illustre dell’antica città di Norcia è certamente San Benedetto, una delle figure più radiose del culto cristiano e della civiltà, che qui nacque nell’anno 480 con la sorella gemella Santa Scolastica. 
                                      Colle Celio Roma

In età adolescenziale lasciò la sua città natale per andare a studiare a Roma. L’impero romano era crollato 18 anni prima con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo

Contemporaneo di Teodorico, Benedetto ne vide fallire nel sangue l’ambizioso progetto di una pacifica convivenza con i Goti e i Romani; poté assistere agli orrori della terribile guerra fra i Goti e i Bizantini per il predominio dell’Italia (535-553), guerra che lasciò desolato e spopolato il Paese tra stragi e pestilenze, e conobbe le pesanti interferenze dell’imperatore bizantino Giustiniano in materia religiosa, con la conseguente umiliazione dell’autorità papale. 

La creazione della regola benedettina (famoso il motto “Ora et Labora” che racchiude lo stile di vita dei monaci benedettini impegnati nel servizio di Dio attraverso la preghiera e fedeli al lavoro come momento di generosa solidarietà con l’uomo che faticosamente realizza se stesso riconoscendo nel creato la provvidenza di Dio) e la fondazione, dai parte dei monaci seguaci di San Benedetto, di numerosi monasteri in Italia ed in Europa, portarono ad un lungo e fruttuoso processo di evangelizzazione dei popoli barbarici, traghettando per secoli l’Europa intera attraverso i periodi più bui della sua storia.
Questa capillare opera di edificazione e conversione compiuta dal Santo di Norcia spiega quindi il titolo attribuitogli nel 1964 dal Papa Paolo VI di “Patrono Principale d’Europa”. Fu infatti nei monasteri benedettini che si formò lo spirito nuovo e la struttura dell’antico continente. 

LA REGOLA 
S. Benedetto occupa un posto unico nella storia del monachesimo occidentale, soprattutto per la composizione della Regola. 

Essa consta di un prologo e di 73 capitoli e rappresenta la sintesi più matura delle esperienze monastiche precedenti. 

Dopo un primo momento di coesistenza con altre legislazioni monastiche, la Regola di Benedetto finì per prevalere e per essere adottata in tutti i monasteri in forza della sua intrinseca validità e per volere di Carlo Magno. Dal prologo all’ultimo capitolo, San Benedetto istruisce ed esorta i monaci ma, soprattutto, li ama. 

Lo stile è calmo e sereno, come un discorso familiare fin dalle prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e tendi l’orecchio del tuo cuore; accogli volentieri l’ammonimento del padre affettuoso ed eseguiscilo con impegno”. 

Il monastero è scuola del servizio del Signore, ma una scuola nella quale, dice il santo, “speriamo di non stabilire nulla di aspro e gravoso”. 

Per comprendere meglio la vita dei monaci, offriamo una raccolta di alcuni brevi passi tratti dalla Regola. 

L’ABATE
“Quando, dunque, qualcuno assume il titolo di Abate, deve esercitare il suo governo sui propri discepoli con duplice insegnamento, mostrando cioè tutto ciò che è buono e santo più con i fatti che con le parole; di conseguenza, ai discepoli in grado di intenderli deve spiegare verbalmente i comandamenti di Dio; mentre a quelli duri di cuore e piuttosto semplici, è con l’esempio del suo agire che deve insegnare i precetti del Signore … Non faccia l’Abate distinzioni di persone in monastero”. (Cap . 2) 

“Ogni volta che in monastero si deve trattare qualche affare di particolare importanza, l’Abate convochi tutta la comunità e sia lui stesso ad esporre la questione in esame. Ascoltato il consiglio dei monaci, ci ripensi su e decida nel senso da lui ritenuto migliore.
La ragione per cui s’è detto di convocare tutti a consiglio è che spesso il Signore rivela ad uno più giovane la decisione migliore”. (Cap. 3). 

LA PREGHIERA E IL LAVORO 
“Seguendo l’esempio del profeta che dice: “Ti ho lodato sette volte al giorno”, raggiungeremo questo sacro numero di sette se adempiremo quanto c’impone il nostro servizio alle Lodi, a Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta”. (Cap. 16) 

“L’ozio è nemico dell’anima; è per questo che i fratelli devono, in determinate ore, dedicarsi al lavoro manuale, in altre invece, alla lettura dei libri contenenti la parola di Dio. Di conseguenza, entrambe le occupazioni vanno a nostro avviso così distribuite nel tempo loro proprio: la mattina i monaci, uscendo dall’Ufficio di Prima, attendono ai lavori necessari fin verso le dieci; da quest’ora fino a quando celebreranno Sesta si dedichino alla lettura. Dopo la celebrazione di Sesta, il pranzo e poi il riposo a letto in perfetto silenzio; nel caso che uno voglia continuare la lettura per suo conto, lo faccia in modo da non dare fastidio a nessuno. 

Non la si celebri con un po’ di anticipo verso le 14 e 30; poi si torni al proprio lavoro fino a Vespro. 

Se poi le particolari esigenze del luogo o la povertà costringeranno i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non se la prendano, perché allora sono davvero monaci se vivono del lavoro delle proprio mani come gli apostoli”. (Cap. 48). 

ASPETTI DI VITA QUOTIDIANA 
“A nostro avviso, per il pasto quotidiano, da prendersi a mezzogiorno o alle quindici, sono sufficienti in tutti i mesi dell’anno, in considerazione degli acciacchi di questo o di quel monaco, due vivande cotte, perché chi per caso non può mangiare una, si rifocilli con l’altra … se sarà possibile avere frutta o legumi freschi, se ne aggiunga anche un terzo … l’astinenza dalla carne di quadrupedi deve essere osservata assolutamente da tutti, tranne che dai malati assolutamente privi di forze”. (Cap. 39) 

“… nei luoghi a clima temperato possono ad ogni monaco bastare una cocolla (di panno di lana pelosa d’inverno, liscio o consumato dal lungo uso d’estate) e una tunica, uno scapolare per il lavoro e, ai piedi, calze e scarpe … come arredamento del letto bastino un pagliericcio, una coperta leggera, una pesante ed un cuscino”. (Cap. 55) 

“Se possibile, vi sia un unico dormitorio; se impossibile, per il gran numero, dormano in gruppi di dieci o di venti, sotto la vigilanza dei decani, in un locale dove resti sempre acceso un lume fino al mattino. Dormano vestiti, con al fianco una cintura o una corda ma senza coltello, perché non abbiano a ferirsi durante il sonno. Così i monaci siano sempre pronti, perché appena dato il segnale si levino e si affrettino senza indugio all’Opera di Dio…”. (Cap. 22). 

OSPITALITÀ
“Non appena dunque l’ospite si annunzia gli vadano incontro i superiori ed i fratelli con tutte le premure che lo spirito di carità comporta … con particolare attenzione e riguardo siano accolti specialmente i poveri ed i pellegrini, perché è proprio in loro che si accoglie ancor di più il Cristo; ché la soggezione che i ricchi incutono, ce li fa da sola onorare”. (Cap. 53). 

ATTENZIONE AI PIÙ DEBOLI 
“L’assistenza che si deve prestare ai malati deve venire prima ed al di sopra di ogni altra cosa, sicché in loro si serva davvero il Cristo. … I fratelli malati abbiano un locale a loro riservato ed un infermiere timorato di Dio, attento e premuroso … ai ma lati del tutto debilitati sia anche concesso di mangiare carne perché riacquistino le forze”. (Cap. 36) 

“Per quanto l’uomo sia portato naturalmente ad essere tenero di cuore verso queste due età, cioè a dire, i vecchi ed i fanciulli, tuttavia provveda loro anche l’autorità della regola. Nei loro riguardi si tenga sempre conto della debolezza “delle forze e non si applichino mai le restrizioni alimentari previste dalla regola ma, con amorevole comprensione, si consenta loro di prendere i pasti prima dell’ora fissata per la refezione”. (Cap. 37) 

giovedì, gennaio 09, 2020

Pensiero N° 6 - Pensieri Gregoriani




Pensieri “gregoriani”



A cura di
Guido Innocenzo Gargano
E
Alessia Brombin


INDICE SEZIONI

  • Su peccato, senso di colpa e redenzione
  • Il discernimento, l’equilibrio e la Parola di Dio
  • Il combattimento degli spiriti
  • Le strategie della vittoria contro il peccato
  • Il cammino delle virtù
  • Esortazioni morali
  • I passi della crescita spirituale
  • I segni del completamento dell’uomo


Su peccato, senso di colpa e redenzione

1 Sempre in quattro modi si consuma il peccato nell'azione. Prima agisce la colpa latente (prius latens culpa agitur); poi il reato si presenta senza confusione anche davanti agli occhi degli uomini (postmodum...ante oculos hominum aperitur); poi diventa abitudine (dehinc et in consuetudinem ducitur); infine si alimenta o con le seduzioni di una falsa speranza o con l'ostinazione di una misera disperazione (ad extremum...vel falsae spei...vel miserae desperationis enutritur).
Commento morale a Giobbe, I, IV, XXVII, 49. Città Nuova Editrice/1. Roma 1992, p.351.
2 In quattro modi si commette il peccato che si compie nel cuore con la suggestione e la compiacenza, con il consenso e l'audace difesa (In corde namque suggestione, delectatione, consensu et defentionis audacia perpetratur).

La suggestione avviene per mezzo dell'avversario, la compiacenza per mezzo della carne, il consenso per mezzo dello spirito e l'audace difesa per mezzo dell'orgoglio... Con questi quattro momenti l'antico nemico infranse la rettitudine del primo uomo. Infatti il serpente insinuò, Eva si compiacque, Adamo acconsentì; lui che, anche interrogato, non volle per alterigia confessare la colpa. Si sa che quanto avvenne nel progenitore del nostro genere, avviene ogni giorno in tutto il genere umano.

Commento morale a Giobbe, I, IV, 49. Città Nuova Editrice/1, Roma 1992, p. 351.

3 E' vizio del genere umano infatti cadere in peccato e nasconderlo negando di averlo commesso e, quando sia evidente, aumentare la colpa scusandola.
Abbiamo appreso questo vizio di aumentare la colpa dalla caduta del primo uomo...Egli infatti dopo aver colto il frutto proibito si nascose dalla faccia del Signore in mezzo agli alberi del Paradiso... Rimproverato dal Signore per aver colto il frutto proibito, rispose: La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato (Gen 3,12). E la stessa donna, interrogata, rispose: Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato (Gen 3,13). Furono interrogati perché con la confessione cancellassero il peccato che con la disobbedienza avevano commesso...Ma entrambi preferirono ricorrere alla consolazione della scusa, anziché a quella della confessione (adhibere sibimet utrique defensionis solatia quam confessionis elegerunt).
Commento morale a Giobbe, IV, XXII, 30. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, pp. 243-245.
4 Non si permette che la colpa arrivi all'azione se si elimina nell’intimo la radice da cui nasce (Neque enim culpa ad opus prodire permittitur, si intus ubi nascitur exstinguatur).
Se invece non si resiste prontamente alla tentazione che nasce nel cuore, essa si rafforza a causa dell'indugio di cui si nutre e, una volta che si sia irrobustita con le opere, si riesce a vincerla con difficoltà, perché rende interiormente prigioniera l'anima che è padrona delle nostre membra (et existens foras in operibus, vinci vix praevalet, quia ipsum intus membrorum dominam mentem captivam tenet).
Commento morale a Giobbe, IV, XXI, 14. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 191.
5 Si tenga presente che il piacere si ammanta della necessità in modo tale che a stento anche l'uomo perfetto se ne rende conto. Mentre la necessità chiede che si paghi il debito, il piacere pretende di soddisfare un desiderio (dum solvi debitum necessitas petit, voluptas expleri desiderium suppetit); e tanto più sicuramente travolge, per esempio, la gola, in quanto si nasconde sotto il titolo onesto della necessità da soddisfare.
Commento morale a Giobbe, VI, XXX, 62. Città Nuova Editrice 1/4, Roma 2001, p. 213.
6 La colpa non è nel cibo ma nell'avidità. Ecco perché possiamo mangiare abitualmente senza colpa cibi più squisiti, e difficilmente gustiamo senza colpa cibi più pesanti (Neque enim cibus, sed appetitus in vitio est. Unde et lautiores cibos plerumque sine culpa sumimus, et abiectiores non sine reatu conscientiae degustamus). Esaù perse la primogenitura per un piatto di lenticchie; Elia invece, mangiando carne nel deserto, ottenne di avere un corpo vigoroso.
L’antico nemico, avendo compreso che la proibizione non riguardava il cibo, ma l'avidità, assoggettò a sé il primo uomo (Adamo) non con la carne, ma con un frutto, e tentò il secondo Adamo (cioè Gesù) non con la carne, ma col pane...
Quando avidamente prendiamo cibi nocivi, che altro facciamo se non gustare cose proibite? Dobbiamo quindi prendere ciò che la necessiità della natura richiede, ma non bramare ciò che il piacere di mangiare suggerisce (Ea itaque sumenda sunt quae naturae necessitas quaerit et non quae edendi libido suggerit).
Commento morale a Giobbe, VI, XXX, 60.61. Città Nuova Editrice1/4, Roma 2001, p. 213.
7 Bisogna stare bene attenti che col pretesto della necessità non s'infiltri la cupidigia, e lo zelo nel difendere i diritti non si esasperi fino a scoppiare in una vergognosa e odiosa contesa. E quando per un interesse terreno la pace con il prossimo scompare dal cuore, risulta chiaro che si ama l'interesse più del prossimo (Dum pro terrena re pax a corde cum proximo scinditur, liquido apparet quia plus res quam priximus amatur).
Commento morale a Giobbe, VI, XXXI, 23. Città Nuova Editrice 1/4, Roma 2001, p.263.
8 E' una proprietà dell'animo umano allontanarsi maggiormente dalla conoscenza di se stesso appena cade nella colpa. Il male che uno compie, coprendo gli occhi della ragione, diventa un impedimento all'anima (Hoc ipsum namque malum quod agit menti se obicem ante oculum rationis interserit). L'anima comincia con l'ottenebrarsi volontariamente e finisce col non sapere più che c'è un bene da cercare. Quanto più aderisce al male tanto meno si rende conto del bene che perde (Quanto enim magis malis adheret, tanto minus intellegit bona quae perdit).
Commento morale a Giobbe, IV, XX, 37. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 123.
9 Ogni peccato che non è immediatamente cancellato dal pentimento o è peccato e causa di peccato o è peccato e pena del peccato. Infatti il peccato che non viene lavato dalla penitenza, trascina col suo stesso peso ad un altro peccato (Omne quippe peccatum, quod tamen citius paenitendo non tergitur, aut peccatum est et causa peccati, aut peccatum et poena peccati. Peccatum namque quod paenitentia non diluit ipso suo pondere mox ad alid trahit)...
La colpa precedente diventa causa di quella successiva e, a sua volta, quella successiva diventa pena di quella precedente....
Così che chi compie il male sapendolo, cade giustamente in seguito in altri peccati anche senza saperlo (ut qui malum sciens perpetrat, deinceps iuste in aliis etiam nesciens cadat).
Commento morale a Giobbe, V, XXV, 22. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 423.
10 Ci sono alcuni che si gloriano di essere stati salvati mediante le proprie forze, e si vantano di essere stati redenti per i loro meriti antecedenti. Tale affermazione si rivela contraddittoria, poiché, dichiarandosi a un tempo innocenti e redenti, rendono vano in loro il concetto stesso di redenzione. Infatti chi è redento, senza dubbio viene liberato da qualche schiavitù.
Come può dunque essere redento chi prima non è stato schiavo di una colpa (Unde ergo quilibet iste redemptus est, si prius non fuit sub culpa captivus)? E' chiaro dunque che vaneggia chi ragiona così. Sì, la grazia divina non è venuta per avere trovato nell'uomo il merito, ma lo produce dopo che è venuta (Hominis quippe meritum superna gratia non ut veniat, invenit, sed postquam venerit, facit). Dio viene nell'anima indegna e rendendola degna di Sé, con la sua venuta.
Trova soltanto la colpa che avrebbe dovuto punire e produce il merito che premierà (Ad indignam mentem veniens Deus, dignam sibi exhibet veniendo. Facit in ea meritum quod remuneret, qui hoc solum invenerat quod puniret).
Commento morale a Giobbe, IV, XVIII, 63. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p.691.
11 L'empio non apre gli occhi se non dopo la caduta, poiché dopo la colpa, quando subisce la pena, comincia a rendersi conto che avrebbe potuto evitare il male che ha compiuto. (Iniquus post casum oculos aperit quoniam post culpam iam in poena sua conspicit, quia malum debuit evitare quod fecit).

Commento morale a Giobbe, III, XV, 58. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p.485.

12 Noi piangiamo le nostre colpe quando cominciamo a valutarle; ma le valutiamo tanto più rigorosamente quanto più siamo pronti a piangerle. (Tunc enim culpas plangimus cum pensare coeperimus. Sed tunc subtilius pensamus, cum sollicitius plangimus).
Commento morale a Giobbe, III, XVI, 36. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 533.

13 Se la colpa è ormai lavata dal pianto della penitenza e il male commesso viene pianto in modo tale da non doverlo più piangere, allora nasce nell'anima una grande fiducia e lo sguardo del nostro cuore si alza per contemplare le gioie della superna retribuzione. (Cum vero iam paenitentiae lamentis culpa diluitur, et sic perpetrata planguntur, ut plangenda minime perpetrentur, magna menti fiducia nascitur; et ad conspicienda supernae retributionis gaudia cordis nostri facies levatur).
Commento morale a Giobbe, III, XVI, 25. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 525.
14 L'antico nemico (antiquus hostis) è solito tentare il genere umano in due modi: o spezza con le tribolazioni il cuore di quanti rimangono saldi, o rammollisce il loro cuore con l'arte delle insinuazioni.

In ambedue i modi si diede molto da fare con il beato Giobbe...Provò invidia dell'uomo che, da lui reso nudo, era diventato più ricco secondo l'esplicita lode del Creatore (quem exterius nudum reddidit, hunc interius ditiorem fieri per exhibitam laudem conditoris invidit).

L'antico nemico (antiquus hostis), riflettendo con astuzia, si rende conto che l'atleta di Dio, nel momento stesso in cui viene oppresso, si solleva contro di lui; allora, sconfitto, per tentarlo ricorre ad armi più sottili. Ripete le insidie della sua arte antica: sapendo come è solito cadere Adamo, ricorre ad Eva (antiquae artis insidias repetit; et quia scit quomodo Adam decipi soleat, ad Evam recurrit)... Infatti vicino all'uomo e a lui congiunta c'è la donna (vicina est autem viro mulier atque subiuncta).

L'antico nemico (antiquus hostis) si impadronisce del cuore della donna e se ne serve come scala per salire fino al cuore dell'uomo. Si impadronisce della moglie come scala per arrivare al marito. Ma nulla ottenne con quest'arte.
L'antico nemico che sconfisse Adamo nel paradiso, fu sconfitto da Adamo (cioè Giobbe) sul letamaio; e mentre spingeva la donna, sua aiutante, a parole di perversa insinuazione, il nuovo Adamo (cioè Giobbe) la indirizzò alla scuola del santo insegnamento; così che colei che era stata spinta a perdere, fu educata a non perdersi (et quae excitata fuerat ut perderet erudita est ne periret). 

Commento morale a Giobbe, I, III, 12. Città Nuova editrice, Roma 1992, pp.251-253.

15 L'anima infelice, una volta resa schiava dei vizi capitali, diventando del tutto pazza col moltiplicarsi dell'iniquità, viene ormai devastata da ferocia bestiale. (Infelix anima, semel a principalibus vitiis capta, dum multiplicatis iniquitatibus in insaniam vertitur, ferali iam immanitate vastatur).
Commento morale a Giobbe, VI, XXXI, 90. Città Nuova Editrice 1/4, Roma 2001, p.325.
16 La Sacra Scrittura riferisce le colpe di persone come Davide e Pietro, affinché la caduta dei più grandi sia cautela dei più piccoli. E per questo richiama la penitenza e il perdono dell'uno e dell'altro, affinché il recupero di quelli che si erano perduti diventi speranza di quelli che cadono. (Ad hoc quippe in scriptura sacra virorum talium, id est David et Petri, peccata sunt indita, ut cautela minorum sit ruina maiorum. Et ad hoc vero utrorumque illic et paenitentia insinuatur et venia, ut spes pereuntium sit recuperatio perditorum).
Commento morale a Giobbe, VI, XXXIII, 23. Città Nuova Editrice1/4, Roma 2001, p.441.
17 Tutti i peccatori difendono un altro peccatore nel male in cui sono implicati anche loro (Peccatores quique in quo sibi male sunt conscii, in eo et alium peccantem  defendunt).
Commento morale a Giobbe, VI, XXXIII, 10. Città Nuova editrice1/4, Roma 2001, p. 419.
18 Gli umili, abbassandosi, raggiungono il cielo, mentre i superbi, che disprezzando gli altri hanno l'aria di elevarsi in alto, volgono il loro desiderio alle cose infime, e quanto più si sforzano di sollevarsi in alto tanto più finiscono per precipitare in basso.
Gli uni, disprezzando se stessi, si uniscono agli spiriti celesti; gli altri, innalzandosi, si separano dai più alti.
Quelli che si innalzano si abbassano e quelli che si abbassano si innalzano.
(Miro et diverso more res agitur, ut humiles caelum petant, dum se infra deiciunt; superbi infima appetant, dum despiciendo ceteros, quasi in altioribus extolluntur. Isti se, dum despiciunt caelestibus iunguntur; illi, dum se erigunt, a superioribus dividuntur, atque ut ita dixerim, illi se elevantes deprimunt, isti deprimentes elevant).
Commento morale a Giobbe, VI, XXXII, 13. Città Nuova Editrice 1/4, Roma 2001, p.363.
19 Chi, pur operando bene, trascura di considerare i meriti degli altri, spegne l'occhio del suo cuore con le tenebre dell'orgoglio. Chi invece valuta attentamente i meriti altrui, rischiara le sue opere con il grande raggio dell'umiltà, poiché, osservando che anche altri di fuori compiono le opere che compie lui, domina interiormente quel vento della superbia che tenta di farsi strada attraverso l'illusione di essere unico.
Commento morale a Giobbe, VI, XXXI, 107. Città Nuova Editrice 1/4, Roma 2001, p.341.
20 Se non abbiamo viscere di carità per il prossimo che ci priva di qualcosa, ci facciamo da noi stessi più male dello stesso rapitore, spogliandoci in modo più grave di quanto non abbia potuto fare lui, perché rinunciamo di nostra volontà al bene dell'amore, perdendo ciò che è dentro di noi, mentre lui ci faceva perdere solo beni esteriori. Ma l'ipocrita ignora questa forma di carità, perché amando di più i beni terreni che quelli celesti, dentro di sé s'infiamma di odio implacabile contro chi gli porta via i beni temporali (Sed hanc hypocrita formam caritatis ignorat, quia plus terrena quam caelestia diligens, contra eum qui temporalia diripit sese in intimis immani odio inflammat).
Commento morale a Giobbe, VI, XXXI, 23. Città Nuova Editrice1/4, Roma 2001, p.263.
21 Noi piangiamo di autentica compassione per chi è afflitto quando consideriamo nostri i mali altrui e cerchiamo di purificare con le nostre lacrime le colpe di chi sbaglia. E quando facciamo così, di solito troviamo più vantaggio noi di quelli che intendiamo aiutare, poiché davanti a colui che legge nei cuori e ispira la grazia della carità, chi piange sinceramente le colpe altrui lava perfettamente le proprie (apud intimum arbitrem et gratiam caritatis aspirantem, commissa perfecte diluit propria, qui pure plangit aliena).
Commento morale a Giobbe, IV, XX, 71. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, pp. 159-161.

domenica, dicembre 29, 2019

PENSIERI, LETTURE e RIFLESSIONI del MONACO BENEDETTINO - I presupposti per capire la Bibbia

PENSIERI, LETTURE e RIFLESSIONI
del
MONACO BENEDETTINO


Guido InnocenzoGargano

Quinto - Innocenzo Gargano è un monaco camaldolese noto per il suo ministero come iniziatore alla lettura spirituale della Sacra Scrittura. A proposito della Scrittura, se non si giunge alla lettura spirituale si rimane – per usare un’analogia patristica – alla scorza dura del testo sacro. È solo entrando nel testo spirituale e abbeverandosi allo Spirito che sgorga dalla parola sacra che si gusta veramente la potenza ispirata e ispirante della Bibbia.


Il volume Iniziazione alla “lectio divina costituisce, come suggerisce il titolo, uno snello ma profondo compagno di viaggio tra le pieghe della Bibbia alla ricerca del senso spirituale. Il senso spirituale della Bibbia per un cristiano ha un volto: Gesù. Sant’Agostino insegnava che nella Bibbia o è Gesù che parla o di Gesù che si parla o è a Gesù che si parla. Non si tratta solo della persona di Gesù, ma del Christus totus, del Cristo totale composto di Cristo capo e delle sue membra, i cristiani.

Gargano sottolinea che «la Scrittura ispirata è stata data da Dio per noi uomini e per la nostra salvezza. Da qui la convinzione che non si possa dire di ave colto il vero significato di un testo biblico finché esso non abbia mostrato i suoi frutti sia nella storia personale del lettore, sia nella storia della Chiesa e dell’umanità». Tanti però faticano ad andare oltre la dura scorza della Bibbia, per questo, in questa presentazione propongo alcune delle intuizioni propedeutiche per accostarsi alla pagina sacra con profitto e frutto.

La fede
Il primo elemento è la fede. Si tratta della fede che la parola biblica è diversa da qualsiasi scritto di spiritualità e di religione, per quanto quest’ultimo possa essere bello e profondo. Credere che la Bibbia è ispirata è credere che «lo Spirito Santo è contenuto dentro le Scritture». Per analogia possiamo guardare alla Scrittura come guardiamo all’Eucaristia. E come sotto i veli del pane e del vino riconosciamo la presenza reale di Cristo, così sotto il velo delle parole della Scrittura riconosciamo la presenza operante dello Spirito Santo.

L’unità dei due testamenti nel mistero pasquale di Cristo
Non c’è niente di peggio di un cristiano che esclama screditando la pagina sacra: «Eh, ma questo è Antico Testamento». Lo stesso Spirito che ha ispirato il Nuovo ha ispirato l’Antico. E sebbene ci sia una evidente progressività tra i due testamenti, non c’è una interruzione. L’unità tra i due testamenti significa che «è lo stesso Spirito a rivelarsi attraverso i fatti, i personaggi e le parole dell’uno e dell’altro».

La comunione con la Chiesa
Gli antichi insegnano che «è la Chiesa che possiede e legge il libro delle Scritture» (Ecclesia tenet et legit librum Scripturarum). Ciò implica un fatto importante: la Bibbia non è data per l’individuo isolato e separato. È il libro della comunità. È un libro che parla nella comunità, alla comunità e attraverso la comunità. La Scrittura è «un tesoro nascosto nel campo della Chiesa. Quando si è percepita l’importanza e la preziosità di questo tesoro, si ha il coraggio di vendere tutto per acquistare il campo. Vendere tutto per far parte di questa Chiesa che è il campo in cui è sotterrato il mio tesoro».

Conversione continua
Gargano sottolinea che la comprensione della Scrittura non è un fatto astratto e razionale, ma è un gesto che coinvolge la trasformazione morale del lettore. Egli afferma che «è impossibile capire il libro delle Scritture all’uomo che non sia disposto a rinunciare alla propria ottica, alla propria pretesa di autosufficienza, alla propria ricchezza».

Il dono dello Spirito Santo invocato nella preghiera concorde
Infine, Gargano sottolinea l’importanza dell’umile obbedienza e accoglienza dello Spirito Santo per entrare nell’intimità della Scrittura. Lo Spirito che ha ispirato la Scrittura è lo stesso che la apre al lettore. «Senza il dono dello Spirito Santo il libro della Bibbia resta chiuso dinanzi a noi. Né tecnica né ascesi in se stesse ce lo rivelano: il senso profondo delle Scritture sante è un segreto che soltanto lo Spirito conosce e che egli rivela a chi vuole, come, dove e quando vuole»

giovedì, dicembre 26, 2019



PENSIERI, LETTURE e RIFLESSIONI
del
MONACO BENEDETTINO



Natale 2019
un comunicato - Ascoltando una Comunicazione via radio 

quarto - Proseguendo a leggere il mio San Pier Damiani.
Oggi mi sono imbattuto in un prefetto di Roma suo contemporaneo che si chiamava Cencio Corso in soccorso di Pier Damiani che in piena basilica di San Pietro in Vaticano non riusciva più a proseguire nella sua omelia perché gli era venuto meno la voce.

Cencio, notando l'imbarazzo del Damiani e l'attesa della gente, aveva preso la parola lui proseguendo a modo suo il discorso del vescovo immediatamente E dimostrando Di essere edotto nelle cose di Dio non meno del vescovo Presidente, meritandosi dallo stesso Pier Damiani non soltanto un elogio sincero ma anche una giustificazione Teologica del suo diritto a parlare in forza della dignità del sacerdozio regale che lo aveva legittimato a spiegare il Vangelo nonostante il suo essere un laico in forza semplicemente del Battesimo, senza alcuna necessità di possedere un ministero ordinato.

Una deduzione teologica che neppure oggi dopo oltre quaranta anni dal Documento Ecumenico prodotto dalle Chiese a Lima nel 1981 in modo solennissimo ha trovato recezione nelle Chiese che formano la Cristianità.

E dunque a che questa va riconosciuta come perla preziosa degli Scritti di San Pier Damiani che mi sono intestardito di leggere parola per parola per tentare di capire tutto ciò che riesco di lui e del suo pensiero per trasmetterlo poi criticamente te e agli altri.


Terzo - Più proseguo a leggere questo vulcanico San Pier Damiani e più mi sento rovesciare addosso da lui una doccia scozzese dopo l'altra.
Parla tanto anzi tantissimo di discrezione e di attenzione a non andare oltre Misura nelle pratiche ascetiche in perfetta linea con Gregorio Magno, che spesso e volentieri richiama nelle sue lettere e nei suoi sermoni, ma poi sembra avere una vera e propria Ossessione nei confronti della donna ritenuta janua diabuli a partire da Eva in perfetta consonanza col famoso Tertulliano dell'antichità cristiana. Suppone una Connessione Strettissima tra corpo fisico dell'uomo o della donna e peccato identificato col piacere della gola e di tutto ciò che piace nel bere nel mangiare nel dormire e nei mille altri campi della vita ma soprattutto col piacere sessuale a cui dichiara guerra ad oltranza come al nemico per eccellenza di ogni essere umano da combattere come il nemico assoluto per definizione.
In questo campo non accetta mezzi termini arrivando perfino a ipotizzare anzi a consigliare esplicitamente gesti che comportano interventi violenti in certe parti fisiche del corpo fino all'evirazione o per lo meno ad una violenza tale nei confronti del sesso da trattarlo come fosse soltanto fonte di peccato e di tutti i mali in combutta con ogni altro tipo di piacere fisico a partire ovviamente sempre dalla gola. Il combattimento Ascetico per antonomasia avviene praticamente tutto per San Pier Damiani su campi di battaglia relativi al sesso, nei quali occorre combattere con estrema violenza utilizzando le armi del digiuno della veglia della sofferenza fisica e delle lacrime. La preghiera, che pure comporta salmi inni e cantici spirituali, è soprattutto pianto gemito. E’ richiesta angosciata di perdono accompagnata da fustigazioni che da una parte vengono richieste con estrema misura ma dall'altra sono elogiate esplicitamente indicando come modelli di vita cosiddetti uomini di Dio che di misure equilibrate non ne hanno affatto.
La contraddizione che ne risulta è subito palese fin dalla prima lettura che si fa di un testo damianeo salvo poi scoprire qua e là vere e proprie perle di squisita esperienza mistica che francamente non ti aspetteresti.
Noti nel sottofondo la presenza di insegnamenti saggi con espliciti riferimenti a San Gregorio Magno per esempio o a San Romualdo ma poi quando scende nei consigli pratici Pier Damiani Dimostra di appartenere fino in fondo al secolo di ferro con estremismi che rivelano chiarissime tendenze Monofisite. Saltano agli occhi nonostante tutto dei radicalismi che occupano pressoché tutti gli aspetti della vita e dunque si è costretti a concludere con grande rincrescimento di essere di fronte a un genio delle arti spirituali privo purtroppo di un sano equilibrio.
La sua antropologia non sembra permeata a sufficienza, come si nota invece in Benedetto, Gregorio Magno e Romualdo, dal prezioso equilibrio del Tomus ad Flavianum di Leone Magno.
E si è trattato di un limite gravissimo che in occidente ha dato nei secoli successivi del secondo millennio Cristiano risultati incresciosi molto amari nonostante l'incisività del genio di Francesco di Assisi.
Infatti la distonia prima e la divisione poi fino alla contrapposizione tra natura divina e la natura umana, mancando di equilibrio, produssero guerre a non finire nella vita personale degli uomini di Dio nella prassi della Chiesa e nella società. La divisione ha portato, e c'era da aspettarselo a conflitti tali nella Umanità di quei secoli che ancora adesso producono conati di contrapposizione tra le due realtà che hanno comportato purtroppo come antidoto l'indifferenza in tutti campi dei cosiddetti valori tradizionali che fa macello sia dei diritti e del rispetto del corpo proprio e altrui sia delle esigenze insopprimibili e preziosissime delle realtà che attengono al campo dello spirito e dell'amore delicato per la bellezza e la dignità dei corpi dell'uomo e della donna sia finalmente per gli inviolabili diritti della Madre Terra.


Secondo - Un profluvio di voci religiose diverse ieri sera nella mia biblioteca a San Gregorio al CelioGiovanni Battista avrebbe potuto riassumerle tutte nella sua "Vox clamantis in deserto" che ricevette la sua autenticazione direttamente proprio da Gesù:

"Profeta? Sì anzi più che un profeta".

E’ dunque una:"Praeparatio Evangelii"? Come avrebbe detto uno scrittore cristiano antico o un Padre della Chiesa?.
Sì e tuttavia solo preparazione in vista di qualcun altro nonostante che "Tra i Nati di donna" non ci sia stato nessuno "Più grande di Giovanni".
Ciascuna delle religioni rappresentate ieri in biblioteca poteva ritenere dunque che i loro rispettivi Fondatori fossero stati i più grandi tra i nati da donna nella storia umana e nessuno si sarebbe permesso di contestarlo per questa convinzione.
Nel Vangelo di Matteo che si legge oggi troviamo però un "Tuttavia" che rimette tutto in discussione perché aggiunge:

"Il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui".

Da qui la ricerca alla quale tutte le Religioni dell'universo Mondo vengono invitate:

"Ma chi mai potrà essere Il più Grande?".

La risposta del Nuovo Testamento imbarazza tutti perché parla addirittura di un Figlio che pur possedendo una dignità divina vi rinunzia svuotandosi letteralmente di tutto fino alla morte umiliante di un servo crocifisso.

Più piccolo di così? e tuttavia proprio perché accettò di essere il più piccolo ricevette da Dio suo Padre l'onore di ritrovarsi al di sopra di tutti e di constatare che ogni realtà creaturale in cielo in terra negli abissi si prostrava ai suoi piedi adorandolo mettendosi debitamente in ginocchio davanti a Lui. È la grande bella notizia del Vangelo che propone a tutti un paradigma diverso.

Quando potrà mai succedere che tutte le conquiste della Sapienza umana, compreso il cumulo di tutte le intuizioni straordinarie di ogni religione, abbiano il coraggio di spogliarsi a loro volta di tutti i propri tesori per far posto in se stesse e nell'universo intero unicamente a Dio?

Ma tutto questo è soltanto Speranza.

martedì, dicembre 24, 2019

Riflessione e pensiero di un Monaco:


Al termine del primo volume dei Sermoni di Pier Damiani ho trovato una chicca.
Si tratta di due sante leggendarie Venerate ad Arezzo si chiamavano Flora e Lucilla delle quali si diceva che dopo aver vissuto circa venti anni In clausura, fu ordinato loro da un Angelo di uscire fuori dal monastero per portare il Vangelo con la loro predicazione alla massa della gente che non ne aveva sentito parlare mai.
E si aggiunge che esse partirono prontamente per compiere la loro Missione senza preoccuparsi di chiedere l'autorizzazione a nessuno in pieno spirito Romualdino che sta all'origine della spiritualità del triplice bene:
Cenobio, Eremo Evangelizzazione in vista del martirio.

In effetti Flora e Lucilla al termine della loro missione furono coronate proprio dal martirio. Ed erano donne laiche per di più monache di clausura e tuttavia si dedicarono alla predicazione senza alcuna autorizzazione da parte di nessun tipo di autorità clericale e Pier Damiani non solo le propone come esempio ma le elogia entusiasta per la loro straordinaria libertà di scelta.
E’ proprio lui che era così esigente a porre certe decisioni sotto l'obbedienza all'autorità ecclesiastica!!!  …… e oggi si discute ancora nella Chiesa Cattolica se sia legittimo o no Costituire delle Diaconesse!!!
Siamo ancora a questo punto a distanza di Mille anni da un uomo autorevole nella Chiesa come Pier Damiani!

Guido Innocenzo Gargano

guidoinnocenzogargano@gmail.com

mercoledì, novembre 06, 2019

Università Gregoriana: l’arte come veicolo di dialogo interreligioso

@ - Si apre oggi al Pontificio ateneo romano, la Serie di Conferenze 2019-2020 dal tema “Arte come/in dialogo”, promossa dal Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici. Padre Etienne Vetö: “Un tema che si articola su due livelli, quello del dialogo tra l’arte cristiana e l’arte ebraica e quello dell’arte quale luogo di dialogo tra tradizioni religiose diverse

Il Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici della Pontificia Università Gregoriana inaugura il calendario degli eventi di quest’anno accademico con l’appuntamento “La musica ebraica e cristiana”. Il primo della nuova Serie di Conferenze 2019-2020 che offre, quest'anno, una preziosa opportunità di dialogo interreligioso con uno sguardo rivolto all’arte in tutte le sue forme e manifestazioni. Musica, letteratura e arti visive ebraiche e cristiane sono infatti il fil rouge che attraversa gli incontri del nuovo ciclo di conferenze. Un programma ricco di spunti di riflessione, frutto della collaborazione tra il Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici, il Pontificio Consiglio della Cultura, il Center for the Study of Christianity dell’Università Ebraica di Gerusalemme e il Dipartimento di Cultura Ebraica della Comunità Ebraica di Roma.

La conferenza di apertura
Quando parliamo di dottrina e di contenuto della fede arriviamo velocemente alla conclusione che alcune verità sono in contrasto tra loro”, commenta padre Etienne Vetö, direttore del Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici. “Tuttavia, è la bellezza che permette di comprendere l’altro”, prosegue. L’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana farà da cornice all’incontro di oggi che vedrà la partecipazione di ospiti illustri, tra cui Hervé Roten, Direttore dell’Istituto Europeo di Musica Ebraica che esplorerà il tema “La musica ebraica: quando il singolare è plurale” e Philippe Charru, celebre musicologo e teologo, che interverrà su “Bach and Mozart: una teologia attraverso il suono?”.


La musica come veicolo di dialogo interreligioso
La musica - prosegue padre Etienne - tocca luoghi nell’essere umano che sono in contatto diretto con la trascendenza e con Dio, facendosi medium della nostra conversazione”. In particolare, la bellezza insita nell’arte, nella musica, nella letteratura, è il veicolo che ci permette di entrare in contatto con religioni diverse, scoprendone l’immensa ricchezza. “Il dialogo può realizzarsi solo se prima si compie un passo fondamentale: apprezzare la bellezza dell’altro”, precisa padre Vetö. “Nel momento in cui un cristiano dice: ‘l’ebraismo è bello e un ebreo dice: ‘il cristianesimo è bello’, abbiamo già fatto cento se non mille passi avanti”.

La Serie di Conferenze 2019-2020
Tre appuntamenti, dedicati alla musica, alla letteratura e alle arti visive ebraiche e cristiane, in grado di far riscoprire attraverso molteplici espressioni artistiche la profondità e la ricchezza delle tradizioni religiose. Tre incontri a doppio filo legati dall’idea che “la bellezza dell’altro può essere percepita grazie alla bellezza della sua tradizione”, commenta padre Vetö. Un’occasione unica per intraprendere un vero e proprio percorso di arricchimento interiore, sperimentando come molti aspetti di fedi diverse non siano affatto in contrasto tra loro.

“ Si conosce solo ciò che si ama. (Sant’Agostino) ”

È l’amore che permette di conoscere veramente. Apprezzare la bellezza dell’altro è un primo passo verso questo amore e quindi verso la vera conoscenza”, conclude padre Vetö.