Parco Archeologico Religioso CELio

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mercoledì 10 aprile 2013

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Mosè prescrive che se uno muore senza prole, il fratello superstite ne sposi la vedova ed abbia figli in nome di lui. Se per caso rifiuta, la donna gli sputi in faccia ed un parente prossimo gli tolga il sandalo da un piede e la sua casa sia chiamata casa dello scalzato (cfr Dt 25, 5-10). Fratello del defunto è colui che, apparendo dopo la gloria della risurrezione, disse: Andate, annunciate ai miei fratelli (Mt 28,10). Egli morì, per così dire, senza figli, per non aver ancora completato il numero dei suoi eletti. Al fratello superstite è fatto obbligo di prendere in sposa la vedova, perché è ben giusto che la cura della santa Chiesa venga affidata a chi è in grado di reggerla degnamente. A chi la rifiuta come sposa, la donna sputa in faccia: se qualcuno, infatti, non si cura di far del bene agli altri con i doni ricevuti, la Chiesa, rimproverandolo a motivo di questi doni, lo tratta come a sputi in faccia (quisquis ex muneribus quae percipit prodesse aliis non curat, bonis quoque eius, sancta Ecclesia exprobans ei quasi in faciem salivam iactat). A lui viene anche tolto il sandalo da un piede e la sua casa è detta casa dello scalzato...Chi pensa al suo vantaggio personale e trascura quello del prossimo, si trova come privato di un sandalo al piede, senza più decoro (qui vero suam cogitans utilitatem, proximorum neglegit, quasi unius pedis calceamentum cum dedecore amittit). Vi sono in realtà alcuni dotati di qualità egregie, ardenti nell'impegno della pura contemplazione ma restii a darsi alla predicazione per il bene del prossimo, amanti della solitudine e della quiete e in cerca di ritiro per la meditazione (dum solius contemplationis studiis inardescunt, parere utilitati proximorum in praedicatione refugiunt, secretum quietis diligunt, secessum speculationis petunt). Se giudicati con severità su questi fatti, essi sono senza alcun dubbio colpevoli nei confronti di coloro a cui avrebbero potuto fare del bene operando nel mondo. Con quale animo chi potrebbe splendere nel giovare al prossimo può preferire la propria quiete al bene altrui, se l'Unigenito stesso del Padre venne dal seno dell'Eterno in mezzo all'umanità per l'universale salvezza? (qua enim mente is qui proximis profuturus enitesceret, utilitati ceterorum secretum proponit suum, quando ipse summi Patris unigenitus, ut multis prodesset, de sinu Patris egressus est ad pubblicum nostrum?) " (Regola Pastorale, Parte Prima, capitolo V, Città Nuova Editrice, Roma 2008, p.21).

Queste parole di Gregorio Magno possono sembrare fuori posto o fuori tempo oggi, visto lo spasmodico desiderio dei carrieristi che affollano tutte le nostre piazze eclesiastiche e laiche, ma ai tempi di Gregorio c'era il problema opposto, perché molti monaci, santi e ben preparati, rinuciavano assai malvolentieri alla propria solitudine per condividere le difficoltà della gente comune  <mettendo il  loro tempo e i propri doni> a disposizione degli altri. La parola di Gregorio potrebbe comunque essere uno scossone provvidenziale per quanti restano, anche oggi, insensibili al bene comune e si tengono eccessivamente caro il proprio <particulare>!

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