Parco Archeologico Religioso CELio

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sabato 6 aprile 2013

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Venne di nuovo il Signore e al discepolo incredulo presentò il costato perché lo toccasse, mostrò le mani e indicando la cicatrice delle sue ferite risanò quella della sua incredulità (ostensa suorum cicatrice vulnerum, infidelitatis illius vulnus sanavit)...Ritenete forse puramente casuale che quel discepolo chiamato da Gesù non fosse stato presente la prima volta e che, rientrato, sentisse il racconto, cadesse nel dubbio, potesse toccare e così tornare alla fede?... Ciò non avvenne per caso, ma fu per un disegno di Dio. La divina clemenza dispose che quel discepolo, preso dal dubbio mentre toccava le ferite nel corpo del Maestro, risanasse in noi quelle dell'incredulità (divina dispensatione gestum est. Egit namque miro modo superna clementia, ut discipulus ille dubitans, dum in magistro suo vulnera palparet carnis, in nobis vulnera sanaret infidelitatis). I dubbi di Tommaso giovano alla nostra fede più che l'ossequio dei discepoli mai scossi in essa (Plus enim nobis Thomae infidelitas ad fidem, quam fides credentium discipulorum profuit), perché mentre egli è ricondotto a credere dalla diretta constatazione, la nostra mente, abbandonata ogni incertezza, si convince sempre più della verità del Signore. Questi in verità permise dopo la risurrezione che il suo discepolo dubitasse, ma non lo abbandonò in quello stato d'animo (discipulum post resurrectionem suam dubitare permisit, nec tamen in dubitatione deseruit)...Quel discepolo preso dal dubbio e chiamato a una diretta constatazione divenne un testimone della risurrezione come lo sposo della Madre del Signore (Giuseppe) era stato il custode della sua perfetta verginità. Tommaso vide la condizione umana di Cristo, ma credette in lui come Dio...vide l'umanità di Cristo, ma ne proclamò la natura divina (hominem vidit et Deum confessus est), dicendo: Signore mio e Dio mio! (Gv 20,29). Poté, sì, constatare, ma il suo poi fu un atto di fede, perché pur vedendo un uomo ne proclamò la natura divina di cui era impossibile ogni diretta percezione...Noi stessi siamo indicati poi con le parole: <Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno> (Gv 20,29) (in qua nimirum sententia nos specialiter signati sumus), dato che crediamo in una Persona di cui non abbiamo avuto mai una visione diretta, e accompagniamo la fede con le opere. Ha infatti davvero fede chi attua nella vita le verità in cui crede (Ille etenim vere credit, qui exercet operando quod credit)". (Le Quaranta Omelie sui Vangeli, II, XXVI, 7.8. passim, Città Nuova Editrice, Roma 1994, pp. 337-339).   

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