Parco Archeologico Religioso CELio

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mercoledì 24 luglio 2013

TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

"Le ferite da incidere vanno palpate prima con mano leggera (resecanda vulnera leni prius manu palpanda sunt)...Mentre dico questo, Dio onnipotente mostri alla fraternità vostra con quanto amore io sono vincolato a voi e come in questa faccenda (si tratta della pretesa da parte del destinatario della lettera - Giovanni il Digiunatore, Patriarca di Costantinopoli - di autodefinirsi col titolo di <Vescovo Ecumenico/Universale>, ritenuto da Gregorio un superbo e stolto vocabolo - stulto ac superbo vocabulo -) io piango non contro di voi ma a vostro favore. E tuttavia non posso anteporre una persona, che pure amo molto, ai comandamenti evangelici, alle prescrizioni dei canoni e agli interessi dei fratelli (praeceptis evangelicis, institutionibus canonum, utilitatibus fratrum personam praeponere non possum, nec eius quem multo amo) ...
Ma tu cosa risponderai nel Giudizio finale a Cristo, al Capo cioè di tutta la Chiesa,  tu che tenti con l'epiteto di <universale>, di sottomettere a te stesso tutte le sue membra? (qui cuncta eius membra tibimet conaris universalis appellatione supponere?). Infatti quale modello si intende imitare con un titolo tanto perverso se non quello di chi, sprezzando le legioni degli angeli creati insieme con lui, tentò di elevarsi verso la vetta della singolarità in modo tale da sembrare di non essere sottomesso a nessuno e di essere, lui solo, a capo di tutti? (qui despectis angelorum legionibus secum socialiter constitutis, ad culmen conatus est singularitis erumpere, ut nulli subesse et solus omnibus praeesse videtur?)"...Mentre io, piangendo, osservo tutte queste cose e temo fortemente l'occulto giudizio di Dio, le lacrime sono aumentate, e gemiti traboccano dal cuore, perché quel nostro santissimo signor Giovanni, uomo di così grande astinenza e umiltà...si accinge ad essere simile a colui il quale, mentre superbamente volle essere uguale a Dio, allontanò anche la grazia della somiglianza con Dio che gli era stata donata, perdendo così la vera felicità per brama di una gloria fatua (dum superbe esse Deo similis voluit, etiam donatae similitudinis gratiam amisit et ideo veram beatitudienm perdidit, quia falsam gloriam quaesivit)". 

(Lettere, V, 44. Editrice Città Nuova, Roma 1996, pp. 215.217).

Gregorio Magno cerca di indorare la pillola ma è davvero molto tagliente nei confronti delle pretese del suo interlocutore epistolare. E in realtà siamo davvero molto distanti dal linguaggio che imporranno i mutamenti politici ed eccclesiastici ad un altro papa, anche lui chiamato Gregorio, quattro secoli dopo

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